Devendra Banhart – Mala

Non solo hipster, Devendra Banhart. Certo, il look, le pose da bohémien, un’idea di canzone a tratti forzatamente passatista, non hanno aiutato a definire altrimenti il personaggio, ma tant’è: le etichette sono fatte apposta per essere messe in discussione. Da dischi come Mala, ad esempio. Che è, per certi versi, “indie” in un modo attuale e insieme inconfondibilmente banhartiano, ma per altri fa storia a sé. La chiave di lettura è l’ambiguità semantica, il gioco di sfumature: a cominciare dal titolo, che in serbo (la nazionalità della fidanzata di Devendra, Ana Kras) significa “tenero” e in spagnolo “cattivo”. Ecco, le dodici tracce oscillano tra i due poli: sembrano nel complesso lievi, divertenti, ma a tratti mostrano squarci di inquietudine profonda. Ad esempio l’opener, Golden girls, è una specie d’ipnotico soliloquio new-wave di un giovane solo nel mezzo di una pista da ballo. In chiusura, pure Taurobolium è ben altro che positiva: «I can’t keep myself from evil» è il mantra, malgrado le apparenze tutt’altro che la semplice smorfia di un bambino colto con le mani nella marmellata.

L’ironia, dicevamo, non manca: Your fine petting duck è un duetto proprio con Ana, conteso tra doo-wap e synth-pop anni ’80 (in tedesco). La trama è: lei vuole ritornare con lui (tranquilli, è solo fiction), lui le ricorda che razza di pessimo fidanzato sia stato. Für Hildegard von Bingen è fluttuante come un dub, ma nell’ipotesi di una von Bingen (religiosa, naturalista e musicista tedesca del 12° secolo) che fa la VJ per MTV c’è un fascino tutto “pop”. Delicata e carezzevole, Daniel (verso bizzarro: «waiting in line / to see Suede play») lamenta l’amore perduto, mentre l’intermezzo cameristico dissonante di A gain suona inquietante non tanto per quello che mostra, quanto per quello che accenna soltanto («love is gonna be a long lost biological father»).

Cristobal Risquez punta più decisamente sull’elettronica (piacerebbe agli ultimi Strokes), mentre Won’t you come over ha screziature soul. The ballad ok Keenan Milton arricchisce il pantheon personale del nostro con un delicato folk acquoso (Milton è uno skateboarder professionista morto nel 2001). Pure Mi negrita è folk, ma latinoamericano: si parla, anche qui, di amore senza speranza (del resto, dice Devendra, il vero amore non ne ha bisogno). L’ispirazione, però, è non-convenzionale, e proviene dritta dal Súper Sábado Sensacional, un varietà che il musicista guardava, bambino, nella Caracas degli anni ’80.

C’è, insomma, tutto un universo in queste canzoni, di cui l’amore è solo il volto esteriore, più superficiale. Mala è un’immersione nei topos caratteristici di Banhart e, insieme, un disco che segna una svolta secca ma “gentile” rispetto all’abituale prewar/psych-folk del nostro. Subdolamente bello.

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