Suede – Bloodsports

Diciamo la verità: Bloodsports preannucia per i Suede una vecchiaia che ai tempi di A new morning (2002) sembrava assolutamente fuori portata. Tanto era fiacco e palliduccio quel disco, tanto quest’ultimo è elettrico e di un rossofuoco travolgente. C’è sangue, insomma, nelle vene del quartetto, sangue fresco, impetuoso, apportatore di carnalità romantica, languore decadente, grandeur – insomma gli ingredienti caratteristici delle cose migliori di Brett Anderson. Che qui, per fortuna, si libera dall’autoindulgenza e dalla stucchevolezza di certi passaggi solisti per recuperare la verve glam di Dog man star (1994) e Coming up (1996), assistito dai riff di chitarra sporchi di Richard Oakes e, soprattutto, dalla produzione del fido Ed Buller, la cui assenza, indubbiamente, pesò tantissimo su Head music (1999) e, appunto, A new morning.

L’amore del quintetto è pressoché esclusivo: David Bowie. Perché al di là delle strizzate d’occhio all’epica stile Coldplay ed Editors (quelli di Smokers outside the hospital door, non di Papillon), è Ziggy l’ossessione prediletta, il fulcro del songwriting di Anderson. Hit me, ad esempio, riluce di “povere di stelle”, con quelle traiettorie delle sei corde simil-spaziali; idem per la solenne e malinconica For the strangers, sospinta da un arpeggio semplice semplice ma che ti si incide sulla pelle. Va detto, però, che Anderson forse più di altre volte è in grado qui di maneggiare la materia bowiana senza scivolare nell’imitazione o nell’omaggio smaccato. Maturità, dunque: questo è quello che emerge da Bloodsports, una penna finalmente libera di andare dove gli pare senza doversi confrontare (troppo) con ingombranti fantasmi. C’è da scommetterci, questo è il disco che i Suede (e l’Anderson da solista) avrebbero voluto fare da tempo ma che, per pigrizia, scarsa lucidità, indolenza, vallo a sapere, non riuscivano a realizzare. Il trittico iniziale, in particolare, è da k.o.: Barriers, Snowblind e soprattutto It starts and ends with you si rincorrono tra refrain ad ampie volute, progressioni incalzanti e un retrogusto amaro che sembra quasi indispensabile quando parli della guerra dell’amore, della carne, del sesso (ben esemplificata dalla copertina).

Gli anni ’90 britannici, a quanto pare, sono tornati in auge, tanto più che sulla via del ritorno ci sono anche i Blur, e non è detto che pure i Gallagher non depongano l’ascia di guerra e non riprendano a far baldoria assieme. Quale che sia, però, il giudizio su quella stagione della musica inglese (una “reinassance” certo più effimera di quanto probabilmente all’epoca non apparisse) una cosa, oggi, è certa: i Suede sono tornati per restare.

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