Disco all’insegna della postmodernità per gli Spam & Sound Ensemble – e del resto, con un nome così, come poteva essere altrimenti? Le undici tracce ruotano intorno al concetto di “negazione”. Quelle architettate da Ivan A. Rossi (tecnico del suono e producer di, tra gli altri, OvO, Zen Circus, Bachi da Pietra) e, per l’appunto, dai due Bachi, Bruno Dorella e Giovanni Succi, sono infatti non-canzoni, costruite sulla sistematica demistificazione della comunicatività pop. L’“ensemble” immerge il cut-up paradossale dei testi di Succi (costruiti a partire da mail spam – la vera peste informatica del 21° secolo) in tessiture sonore che campionano e manipolano rumori d’aeroporti, metropolitane, frigoriferi, stratificano batterie di pentole (letteralmente), pulsazioni da dancehall, chitarre noir e sassofoni. C’è il blues, che, come per i primi Bachi, è più un luogo (recondito) dell’anima che un costrutto ritmico/armonico, peraltro non privo di groove ed ironia (Pills today size tomorrow – capito no?). C’è l’r’n’b di Anna Maria Alexander (tra Bowie e gli Chic), il post-rock jazzato di Esitando, e c’è un Ballo del macello che “fa saltare” sulle macerie di un universo ridotto a un cumulo di lemmi e frammenti sonori, una highway deserta di senso da percorrere come un Ghost rider (omaggio ai Suicide).
Si scivola Nel basso, insomma, in una “spirale” trentreznoriana, ma con echi di Mike Patton, dei suoi fantasmatici “deliri del cuore” (“The exact dimensions of staying behind”). Un processo assemblativo, quello degli Spam & Sound, che trova il suo culmine nel caos di Padreperchemihaiabbandonato, che riassume i dieci pezzi precedenti rubandone campioni opportunamente manipolati e mischiati ad altri fino a ricavarne un balbettio impazzito, una coreografia di riferimenti inespressi e mutilati sul più bello, che non concede nulla alla melodia, ed anzi se ne fa beffe. Tecnica, aleatorietà, controllo: Rossi, Dorella e Succi si muovono lungo un crinale pericoloso, perché affaccia dritto sul baratro dell’autoindulgenza. Se la cavano, ed egregiamente, malgrado la frammentarietà programmatica dell’operazione renda in realtà difficile concepire un senso ulteriore al di là del gioco metalinguistico – rischio inevitabile, questo, quando si parla, come fanno i tre, per non-luoghi comuni. Insomma, l’unione dei tre cervelli poteva dare frutti ancora più densi, ma tant’è: il fascino complessivo dell’operazione, la perizia tecnica, la cura dei suoni, e qualche ottima intuizione sono innegabili. E non è cosa da poco.
