Può sembrare un paradosso, ma registi dotati di fervida fantasia rischiano più di altri di scivolare nella noia quando hanno a disposizione budget colossali. Prendiamo Tim Burton e Sam Raimi. Immaginifici revisionisti di archetipi fantastici, i due hanno in comune (ferme restando le differenze stilistico-concettuali dei rispettivi percorsi) un passato di filmmaker artigianali e un presente fatto di assegni a tanti zeri. Con un risultato, anche qui, congiunto: un impoverimento della vena poetica ai limiti della spersonalizzazione. Burton il fondo l’ha toccato con l’infelicissimo Alice in wonderland (salvo recuperare un po’ con il recente Frankenweenie), e Raimi, con questo Il grande e potente Oz, ha rischiato sul serio di raggiungerlo in un precipizio di aridi formalismi in digitale. “Quasi” perché il nuovo lavoro del regista di Spiderman (e de La casa) ha dalla sua un tratto più personale, si lascia soffocare meno dal 3D e dalla tecnologia e mostra alcuni motivi d’interesse biografici e metalinguistici.
Ispirato alle avventure del Mago di Oz, nato dalla fantasia di Frank L. Baum e già trasposto al cinema nel 1939 da Victor Fleming, ll grande e potente Oz si smarca in realtà da entrambi, perché ipotizza il prequel delle avventure dello scalcinato mago – in realtà l’umanissimo, egoista e donnaiolo Frank (James Franco). Catapultato per caso nel fantastico regno di Oz, il giovane entra a conoscenza di una profezia che sembrerebbe riguardarlo: quel mondo (e tutte le sue ricchezze) potranno essere sue se sconfiggerà la strega cattiva. Ma quale tra Theodora (Mila Kunis), Evanora (Rachel Weisz) e Glinda (Michelle Williams)? Oscar, che è un po’ superficiale ma certo non malvagio, si schiera con la più buona, Glinda, e contro le altre due lancia una vera e propria magia: quella del cinema. Attraverso il “prassinoscopio”, proietta la sua immagine in cielo – ed eccolo, il “grande” e “potente” Oz.
Raimi, insomma, racconta in primis una parabola di formazione con risvolti autobiografici: in un’intervista a La Repubblica, il regista ha ammesso di essere egoista come Oscar (e come Franco agli inizi della carriera), solo incapace di “guarire” – da qui un valore terapeutico e psicanalitico della pellicola. Dall’altro lato, però, Raimi gioca con la storia del cinema, saldando origini e modernità in un unico abbraccio (il bianco e nero e il 4:3 dei titoli di testa, poi “convertito” in cinemascope e 3D) e risolvendo il conflitto tra realtà e illusione alla base dell’opera di Baum nell’ennesima e un po’ scontata parabola sulla forza immaginifica e “magica” del cinema. Buone le intenzioni, ma troppe lungaggini: non è (fortuna) Alice in wonderland, ma purtroppo neppure Hugo Cabret.
