Sono irrimediabilmente inglesi i Palma Violets. Al di là della biografia e nonostante la patina garage-rock che il bassista dei Pulp e produttore Steve Mackey ha steso sulle tracce di 180, l’attitudine “brit” della formazione è più che evidente. E pesa, ovviamente, come un macigno. Del resto, il debutto dei londinesi Sam Fryer, Chilli Jesson, Pete Mayhew e Will Dolyle esce per la Rough Trade, che è l’etichetta tanto di Smiths e Libertines quanto degli Strokes. I tre nomi, ovviamente, non sono casuali. Perché se il fantasma di Johnny Marr si materializza in Last of the summer wine, peraltro in forme così esplicite che neppure lui ha osato proporre nel suo primo LP solista, Step up for the cool cats sembra Julian Casablacas alle prese con la cover di un gruppo surf-pop dei ‘60. Dell’accoppiata Doherty/Barat, invece, c’è il taglio: che è, si diceva prima, smaccatamente brit, ma soprattutto ruffiano, ruffianissimo.
180 offre parecchio alla discussione. Best of friends, ad esempio, ruba scopertamente a Lou Reed e Ramones, ma ha un’irruenza genuina, contagiosa. Chicken dippers, con l’organo lirturgico e il battito marziale, fa pensare a certe cose di Faris Badawan, salvo poi accennare a ripartenze forsennate nel refrain. Gli organetti visionari (il vero collante del disco, più delle chitarre), i retrogusti shoegaze (versante Jesus and Mary Chain), i cambi di tempo, i ritornelli appiccicosi (il “la-la-la” stile Blur di I found love) e persino le rivisitazioni dei trip doorsiani (14) non hanno però particolare forza. E qui sta l’equivoco: perché la “sperimentazione” dei Palma Violets è, a ben vedere, una speculazione povera e adolescenziale che sceglie la strada più semplice, quella di un citazionismo spiccio e un po’ arruffone. Fryer, insomma, non è Joe Strummer: il suo è un rock amorfo e onnivoro, una specie di blob sonoro variopinto e a tratti (involontariamente) naïf, puntualmente preso a pretesto da NME per pescare nel torbido di un sensazionalismo ormai auto-parodistico.
I Palma Violets, insomma, sono loro malgrado il simbolo delle nuove leve del rock britannico indipendente, incapaci di un confronto maturo con l’eredità del passato da un lato, e dall’altro abilissimi a vendere la loro estetica conservatrice per orgogliosa identità, la loro finta incazzatura per rivolta, il loro gusto melenso per senso melodico. Facile prevedere che, per il quartetto, il NME Award appena ricevuto come “miglior esordio” si trasformerà presto in un beffardo epitaffio.
