Tema: “Soul 2.0”. Svolgimento: prendi l’r’n’b e l’hip hop dei ‘90, ci aggiungi qualche tastierina rilucente di sogni ipnagogici, destrutturi un po’ di qua e un po’ di là, ed ecco, il gioco è fatto. Sembra facile, e lo è se sei dozzinale e ruffiano; se vuoi fare le cose un po’ più in profondità, invece, tutto diventa più complicato. Harley Streten è australiano, ha vent’anni; non ha la pelle nera, non c’era né ai tempi dei classici Motown né delle “pantere nere” e probabilmente il Bronx l’ha visto solo in qualche film di serie B. Però dalla sua ha talento (conditio sine qua non), intelligenza e una bella conoscenza dei cliché del genere. Flume è il suo moniker e il titolo del suo disco di debutto, ma è anche una buona parola per rendere l’atmosfera “liquida” che permea tutto l’album, una specie di flusso psicotropo in cui si mescolano soul, psichedelia, elettronica e quant’altro.
L’atmosfera è onirica, surreale: voci manipolate, synth aciduli, riverberi e le strutture impostate su iterazioni alimentano il fascino subdolo delle quindici tracce, al punto tale da arrivare (quasi) a giustificare il milione di contatti del video di Sleepless su YouTube (tutto è cominciato da lì). Holdin’ on e On top (comparsata di T.Shirt) sono gli unici due momenti in cui la rivisitazione di stereotipi hip-hop è a rischio tamarraggine. Altrove, invece, prevale una vena più sperimentale, a cominciare dall’opener, Sintra, passo reggae singhiozzante e sensualità da vendere. Il discorso si fa sempre più interessante mano a mano che si procede nell’ascolto: Stay close, ad esempio, più che una ballata è un disco rotto, che stacca inopinatamente per tuffarsi nel mare acidulo di Insane (ft. Alex Ward). I sintetizzatori fluttuanti, i beat quasi svogliati di More than you thought esasperano il generale senso d’apnea. Le vocals accennano qualche reminiscenza afro, ma il futuro incombe: Space cadet (altro strumentale) ci lancia in orbita. Il ritorno, però, è piacevole: l’atterraggio avviene infatti sul morbido di Bring you down (con George Maple), dunque niente di rotto.
Streten, insomma, fa quello che deve fare un ventenne: si aggira nel museo della Storia e tocca e stuzzica tutto quello che può. Dissacra, ridefinisce. Trova la sua voce, e alla fine vince. Il laptop è il suo strumento, il post-moderno la sua vocazione, ma la sua arte non è un capriccio intellettuale: è un esercizio di (finta) incoscienza a cui manca giusto un pizzico di concentrazione in più per risultare davvero dirompente.
