È un rock disarticolato e visionario, quello degli Edible Woman. Non si accontenta di citare ipnosi kraut, spasmi post-punk, trame (psych)folk anni ’60 e sferzate industriali, ma va oltre, li ingloba in un tessuto “avventuroso”, fatto di piccoli, grandi eventi sonori che irrompono e ridefiniscono tempi e melodie. «Un gruppo di tori rabbiosi in un negozio di porcellane cinesi», è la definizione che, per la band, ha coniato Julian Cope. Come sempre, però, nel nuovo disco di Andrea Giommi, Nicola Romani e Federico Antonioni s’affaccia, qua e là, una specie tutta particolare di grazia. Al di là di Heavy skull e Will, che aprono e chiudono la tracklist in chiave (semi)acustica (nella seconda, in effetti, l’elettricità brucia, eccome), Nation è pervaso da un’armonia sui generis, un senso dell’equilibrio che cortocircuita con l’urgenza di cambiamento e la transizione raccontate dai testi.
Caos organizzato, insomma – malgrado le forme, a tratti, si facciano pericolosamente spigolose (Cancer, che spezza l’andamento monotono con ringhiose escursioni electro-rock). Detta altrimenti, Nation è un paradosso difficile da decifrare. A guardare l’artwork, con immortalato quel corpo orribilmente rigonfio e deforme, uno s’aspetterebbe un esercizio di furia brada stile Converge. E invece no: il beat e il piano di A hate supreme (rovesciamento della A love supreme coltraneiana), nel loro incedere irresistibile, richiamano gli Arcade Fire, mentre il girotondo mesmerizzante di Psychic surgery sta tra Talking Heads e Joy Division (la follia dei primi, il gelo emotivo dei secondi). La consistenza, però, è diversa, (ancor) meno materica e più fantasmatica: Safe and sound, nell’inscenare la sua danza stranita, picchia parecchio, ma i synth, gli organi, le voci sussurrate, trasfigurano il tutto in chiave metafisica. Al pari, la tromba di Money for gold, in un tessuto di balbettii elettronici e declamazioni solenni, assume contorni irreali, così come la spoglia ballad The action whirlpool (tra le cose più intriganti della raccolta). Spoglia, eppure ricca, come e in modo completamente differente da Call of the west/black merda: incedere meccanico e schitarrata lisergico-visionaria sul finale, definiscono traiettorie inquiete ma sempre sorvegliate da un occhio invisibile.
Nation è, insomma, un disco problematico, un punto interrogativo – un bel punto interrogativo, per la precisione. Lontano da svolgimenti programmatici, gli Edible Woman si immergono nelle loro inquietudini, nelle loro contraddizioni, e ne ricavano materiale di assoluto pregio, tutto proiettato verso un nuovo, entusiasmante futuro.
