Unknown Mortal Orchestra – II

Dice: sembra venuto fuori dai ’60. Ma è un pregio? Nel 2013, con un bel po’ di strada alle spalle, no, decisamente. Ovviamente non è una questione “politica”, non è un discorso “hippie sì-hippie no”, ma proprio di espressività: se, dopo cinquant’anni, un trentaduenne non ha niente di meglio da fare che ripescare Beatles, Syd Barrett e Sly and the Family Stone, allora vuol dire che qualcosa proprio non va.

Ruban Nielson, il titolare di questa Unknown Mortal Orchestra, è bravo: scrive melodie intelligenti, suona tutti gli strumenti, sa come lavorare sui suoni per ottenere l’effetto desiderato. Il problema, però, è a monte, in un’ispirazione che si accontenta di riadoperare formule già ampiamente sperimentate senza un briciolo di distacco ironico, di auto-riflessione. Questo secondo capitolo della sua avventura discografica (l’omonimo esordio è del 2011) non mostra infatti nulla più che una lucidissima (e parimenti furba) “coscienza del vintage”: il suo luccichio opaco e lo-fi rimanda costantemente ad un passato che, ormai, esiste solo nella dimensione dell’immaginario. Hipsterismo all’ennesima potenza e autoreferenzialità, dunque: il folk acquoso di From the sun (fulminante l’intro: «isolation can put a gun in your hand»), le algide trame beat di Swim and sleep, il wah-wah hendrixiano di One at a time, la beatlesiana The opposite of afternoon, non sono niente più di un tributo “casalingo” ad un’idea di pop-rock, ad un sound, prima che ad una poetica/visione del mondo. Ci sono, insomma, tutti gli stereotipi dell’indie da cameretta: delay, riverberi, la ruggine del garage-rock, l’approccio minimal anche nei momenti più elettrici (No need for a leader), con in sottofondo quel battito groovy (Faded in the morning) che sembra più un’ossessione o un debito da pagare che non una reale necessità. La verità è che queste dieci ballate potrebbe averle scritte chiunque, tutte tese come sono a simulare mimeticamente lo status di b-side apocrife dagli anni ’60. Non è un caso che l’Unknown Mortal Orchestra abbia cominciato con un singolo, Ffunny ffrends, postato in modo anonimo su Bandcamp: quel rifiuto della firma era una dichiarazione d’intenti, ma nessuno l’ha colta.

Con II, insomma, siamo dinanzi al solito mix: da un lato, l’intelligenza, la perizia tecnica, la capacità di “piegare” suoni con “funzione poetica” e quell’approccio “combinativo” che stuzzica gli stereotipi fino alla nevrastenia; dall’altro, le assolute autoindulgenza ed oziosità dell’operazione. Gliela si può perdonare a Rubian Nielson una cosa così? Certo no.

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