Nick Cave & The Bad Seeds – Push the sky away

Con un’efficace metafora, Nick Cave ha descritto Push the sky away come un «bimbo-fantasma in incubatrice» e i loop di Warren Ellis che lo scandiscono «il suo debole e tremante battito cardiaco». Al di là della suggestione delle immagini (uno scherzo per uno che si fa chiamare “King Ink”, “Re Inchiostro”), la frase è indicativa di un tratto peculiare che percorre tutto il disco, ossia il contrasto tra vita e morte, estasi ed incubo, che qui si saldano in un abbraccio indefinito – tremante, appunto. Quindicesima fatica di studio di Cave assieme ai suoi Bad Seeds, Push the sky away è un disco subdolo: le nove tracce si snodano all’apparenza leggere, a tratti persino eteree, tuttavia percorse, al fondo, da un’inquietudine irredimibile, incistata nelle pulsazioni circolari ed ipnotiche di Ellis e, più in generale, nel suo tono fluttuante ed ondivago, alimentato anche dai bizzarri accostamenti dei testi. Push the sky away, infatti, nasce da ripetute e curiose session di ricerca su Google e Wikipedia e dunque, giocoforza, trascende nella dimensione dello “stream of consciousness” l’ipertestualità del web, elevandola a rappresentazione di tensioni presenti e future.

Nick si chiede dove posare lo sguardo, cos’è che conti realmente – come orientarsi, insomma, nella selva della contemporaneità. E tutto questo con una grazia sottile e penetrante, che si traduce in beat cupissimi (Water’s edge, We real cool) e ansiogeni (Wide lovely eyes), trovando la sua via fra chitarre ipnotiche ed archi che spandono carezze e mistero (Jubilee street, parabola sul peccato e l’ipocrisia). L’impressione, insomma, è quella di una deriva “serena” tra gelide onde (We know who u r). Non a caso, il mare è un simbolo ricorrente nel disco, a tratteggiare un’immersione tra mito (Mermaids parla di sirene, appunto), ossessioni consuete (la religione) e spunti autobiografici/metanarrativi (Finishing Jubilee street racconta l’incubo avuto dopo la stesura di Jubilee street), mescolati, un po’ come in Scott Walker, ai detriti della cultura pop e persino all’attualità. Higgs boson blues, ad esempio, parla delle ricerche del CERN ma anche di Hannah Montana, con un passo strascicato al quale è impossibile resistere: è il primo, vero capolavoro dell’album. Il secondo è la più elettronica title-track, che chiude il discorso in chiave metafisica, con un ammonimento: «And some people say it’s just rock and roll / Ah but it gets you right down to your soul / You’ve got to just keep on pushing it / […] Push the sky away».

Ed eccolo il baricentro, la bussola, per Cave ed i suoi “Cattivi Semi”: guardare sempre avanti, oltre. E noi con lui.

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