Tomahawk – Oddfellows

Diavolo d’un Mike Patton. Esistesse davvero l’“alternative rock”, lui ne sarebbe sicuramente il capofila. O forse no, ché le etichette all’ex Faith No More non sono mai piaciute – e a ragione. Anti-classico al punto tale da aver definito, paradossalmente, uno standard, il suo è un rock smembrato e corposo, fisico e fantasmatico, infarcito di cliché, strutturato e insieme caotico” come poche cose. Anche quando, come in Oddfellows, recupera un formato apparentemente più convenzionale. Il background è sempre quello, ché lì ci sono le radici e il cuore: il metal e il rock “alternativo” (appunto) degli anni ‘’80-’90. Ma mentre il precedente capitolo dei Tomahawk, Anonymous (2007), si ricollegava alla musica dei “padri” (la tradizione degli indiani d’America) e inscenava un cortocircuito potentissimo, qui il tuffo è in un passato più recente e autobiografico – pur se ugualmente orientato alla decostruzione.

Patton in cabina di regia, Duane Denison (Jesus Lizard), Trevor Dunn (col vocalist in Fantômas e Mr. Bungle) e John Stanier (Helmet, Battles) si divertono come matti ad alternare strofe psicopatiche a refrain epici ed ariosi (White hats/Black hats), ad intonare lamenti melodrammatici (I.O.U.), a giocare con geometrie math (la title-track) o brutalità stoner (South paw). Qua e là, si esplicita la matrice “cinematica” dell’operazione, una qualità che sembra avere a che fare non tanto con l’andamento dei pezzi, quanto piuttosto con la loro forza immaginifica e un certo grado di ambiguità polisemica: I can almost see them, ad esempio, o A thousand eyes, sospesa e circospetta, ne sono due buoni esempi. Altrove prevale un’idea di swing “malato”, corroborato da furenti accelerazioni funkeggianti (Rise up dirty waters), o di groove cinico (Waratorium), secondo un procedimento straniante e straniato che, attraverso il crescendo vorticoso e parossistico di The quiet few e il blues stridulo di Choke neck, approda all’urlo congelato di Typhoon. Anche quando trame e melodie si fanno più standard (Stone letter, il primo singolo), a redimerle dalla banalità c’è un peculiare taglio meta-testuale, un “distacco” che in qualche modo riconduce tutto ad una sperimentazione al fondo ironica.

Oddfellows, insomma, non è meno coraggioso di Anonymous: solo, si muove ad un livello diverso, più subdolo, meno appariscente. Pur nell’ambito di geometrie più consolidate e canoniche, i Tomahawk riescono comunque a fare quello che vogliono, con intelligenza, grinta e precisione. Classico e anti-classico, insomma. Diavolo d’un Mike Patton.

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