Jim James – Regions of light and sound of God

Ci sono gli anni ’70 nel cuore di Jim James, e ci sono indissolubilmente, sopra e oltre tutto. I suoi My Morning Jacket sono un tuffo al cuore della nostalgia – il vero baricentro di questi anni così strani -, non tanto per i riferimenti musicali (Neil Young e The Band, ad esempio), quanto per un’idea di rock “totale” e grandiosa, testimoniata dalle incendiare performance live della formazione. Che poi la prassi, in studio, non sia sempre stata all’altezza di queste aspirazioni, è un altro paio di maniche: l’eclettismo, la voglia di sperimentare, di accostare linguaggi diversi, non si discutono. Il discorso vale anche per Regions of light and sound of God, il debutto da solista di James. La cosa che stupisce subito dell’album non è tanto l’estrema varietà stilistica, e neppure la destrutturazione dei generi, cliché di un epoca nozionistica ed onnivora, in cui la riflessione predomina sull’istinto; no, piuttosto, il tratto visionario ed intimo (Jim ha scritto, suonato e prodotto tutto da solo) con cui sono cuciti insieme i vari spunti.

Facciamo un passo indietro. Regions of light and sound of God è ispirato ad un’antesignana delle graphic novel, quella Gods’ man che Lynd Ward incise sul legno (la tecnica è il “wood engraving”) proprio nel 1929, l’anno della grande crisi economica. Il fatto che James l’abbia scoperta proprio ora non può essere una coincidenza: il songwriter, infatti, parte dalla storia dell’Artista alle prese con l’ascesa, la vanagloria e la drammatica e “faustiana” fine, per imbastire una riflessione spirituale tutta tesa al raggiungimento di un equilibrio naturale. Programmatica l’apertura con State of the art (A.E.I.O.U.): si parla di tecnologia, e James se ne esce fuori con un ammonimento, «Now don’t you forget it / It ain’t using me», che spiega come leggere tutto il resto dell’album. La cura del sound e i “macchinari”, infatti, qui sono strumenti di una poetica e non il contrario: campionamenti e loop servono il groove trasformandolo in un battito brumoso e pacificato (Know til now), in sommesso accordo con la Madre (Natura, quella di Of the mother again). C’è Marvin Gaye, dunque (Actress lo conferma), ma anche altro: lo shuffle anni ’50 di A new life, lo swing oscuro e mediorientale di All is forgiven (che fa un po’ trilogia bowiana) e John Lennon (God’s love to deliver). Il tutto, si diceva prima, tenuto assieme con una levità quasi irreale.

È questo l’elemento peculiare di Regions of light and sound of God, la sua capacità di dominare con mano ferma cromie e pennelli e di ricavarne un affresco estremamente bilanciato. Troppo, perché se il colpo del K.O. qui manca è perché manca il rischio dell’imperfezione, dell’eccesso. Ecco, insomma, che il pregio diventa limite, e ci si scopre a desiderare che un tiro di dadi scompagini le cose e scuota le tracce dalla loro imperturbabilità. Ma niente: «Dio non gioca a dadi», e neppure il buon Jim, evidentemente.

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