«Chi non ha vissuto negli anni prima della Rivoluzione non può capire che cosa sia la dolcezza del vivere». Si apre con queste parole lapidarie di Talleyrand il secondo lungometraggio di Bernardo Bertolucci, una riflessione fin troppo lucida per un regista poco più che ventenne.
Protagonista, un figlio della buona borghesia di Parma: fidanzato da sempre con Clelia, iscritto al PCI, Fabrizio rifiuta con convinzione l’ambiente da cui proviene. Nella scena che apre il film, lo vediamo correre ripensando alcuni versi di Pasolini. Attraversa la piazza, incontra i «borghesi di Parma» appena usciti dalla messa: «figure in cui preesiste solo la Chiesa, in cui il cattolicesimo ha soffocato ogni oscuro desiderio di libertà». Corre in cerca di Clelia, per vederla un’ultima volta: perché lei è quella dolcezza di vivere che egli non vuole accettare.
Proprio come in Teorema di Pasolini, lo scossone, seppure “all’inverso”, giunge per Fabrizio dapprima con il suicidio dell’amico Agostino e il crollo degli ideali politici («Che cosa ha fatto il partito per Agostino?») ed in seguito con l’arrivo in città della zia Gina. Nell’abbandono momentaneo al tormentato rapporto con Gina, Fabrizio si vive con autenticità; tuttavia, alla crisi ideologica si somma ben presto una presa di coscienza esistenziale: i figli della borghesia non hanno scampo, non possono che ripetere i padri.
Si è sempre «prima della Rivoluzione» o, in alternativa, rassegnati alla vita che viene, senza più la pretesa del cambiamento. È così che Fabrizio non accetta l’ipotesi di un matrimonio con Clelia, rifiuta una vita a immagine della classe sociale da cui proviene, attende il miracolo rivoluzionario. Poi, d’improvviso, vede chiaramente la realtà: il partito non ha salvato Agostino, le parole dell’amico comunista Cesare, che egli ripeteva quasi a ritrovarvisi dentro, si mostrano nella loro impotenza; quei discorsi non sono stati in grado di cambiarlo: «Tu volevi modificarmi, anche io l’ho sperato, – dice a Cesare – invece sono una pietra: non muterò mai». Con lucidità, Fabrizio si rende conto della non mai avvenuta e della non mai a venire rivoluzione: «Il mio futuro di borghese è nel mio passato di borghese».
Il film si conclude con l’alternarsi, davvero sublime, di due scene: mentre Cesare va a scuola e legge ai suoi scolari il passo di Moby Dick in cui il capitano Achab grida di come darà la caccia a quella balena bianca oltre ogni confine, Fabrizio si sposa. Cesare legge della ricerca che non conosce sosta, Fabrizio – inquadrato sempre da dietro – sposa Clelia, insomma quella «dolcezza di vivere» che non avrebbe mai voluto accettare.
