Wes Craven – Scream

«Qual è il tuo film horror preferito?»: una domanda semplice, innocua, quasi banale. Ma se a farla è uno sconosciuto che minaccia di sventrarti se non rispondi, allora la faccenda evidentemente è seria, serissima. La prima ad accorgersene è Casey Becker: è a casa (sola), sta preparando i pop corn con cui, a breve, gusterà un film in vhs (indovinate di che genere…). Le squilla il telefono: l’uomo all’altro capo dell’apparecchio sembra abbia sbagliato numero, e invece no, cerca proprio lei. La conversazione, sulle prime scherzosa, si fa via via sempre più ambigua, fino a che diventa chiaro che l’uomo può vedere Casey. Il maniaco lancia allora una sfida: se la ragazza risponderà correttamente a tre domande sul cinema horror, lei e il suo boyfriend (nel frattempo legato e imbavagliato sul patio) saranno salvi. Un trabocchetto, però, induce Casey in errore – fatale, ovviamente…

Il prologo di Scream è un piccolo capolavoro di suspense e angoscia. Non solo, esplicita chiaramente la caratteristica portante di quella che, negli anni a venire, diventerà una quadrilogia: la dimensione metanarrativa. La pellicola di Wes Craven (già regista de L’ultima casa a sinistra, Le colline hanno gli occhi e Nightmare) è un’intrigante riflessione/scomposizione dei meccanismi e dei cliché dello “slasher”, il filone horror con il killer armato di coltello che, in campus universitari o campeggi, fa strage di adolescenti sessualmente sfrenati. Le peripezie di Sidney Prescott, già funestata, un anno prima, dallo stupro-omicidio della madre adultera ed ora presa di mira dal maniaco (che, a proposito, indossa tunica nera e maschera da fantasma stile Urlo di Munch), è inserita in un vortice di (auto)citazioni cinefile (c’è persino un cameo di Craven con un maglione à la Freddie Kruger) e dissertazioni sulle “regole” del genere. Il gioco di specchi è così stordente che neppure ci si accorge di quanto la soluzione del rompicapo sia evidente e, in fondo, scontata.

Craven, insomma, gioca con lo spettatore come il gatto con il topo, ma il suo non è un banale divertissement: malgrado qualche momento un po’ stucchevole, la Scream è una riflessione seria, profonda sui meccanismi del terrore cinematografico. Non c’è solo questo, però: il film è anche il ritratto impietoso di una generazione superficiale, cinica, annoiata, resa insensibile dalla sovraesposizione mediatica della violenza, incapace di distinguere realtà e fantasia. Un po’ saggio metacinematografico, un po’ esorcismo auto-rivolto (in fondo, la violenza di Scream è esplicita e brutale, per quanto sempre ironica), la pellicola di Craven è tra i capisaldi dell’horror moderno. E voi, qual è il vostro film preferito?

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