Eels – Wonderful, glorious

Tra i più intelligenti, subdoli, sinceri, scaltri e teneri autori di pop-song degli ultimi vent’anni c’è lui, Mark Oliver EverettMr. E, se preferite. Beautiful freak e Electro-shock blues sono dischi che non si dimenticano, difficili da eguagliare nel loro mix di ironica decostruzione postmoderna, gusto melodico e autobiografismo genuino. Già, la vita: quella di Everett è stata un continuo cercare di scrollarsi di dosso il peso di una serie di terribili sciagure familiari (la morte dei genitori e della sorella). Roba che altri ci sarebbero rimasti. Lui no: persino un album disperato come Electro-shock blues riusciva a sublimare, in qualche modo, il dolore. La recente trilogia Hombre loboEnd timesTomorrow morning muoveva programmaticamente dalle tenebre alla luce, lasciava una porta aperta alla speranza. Wonderful, glorious quella porta non la richiude, anzi. È un disco piuttosto combattivo, grintoso, energico (Bombs away, Kinda fuzzy), che non rifugge dalle pieghe oscure dell’esistenza, dalle fragilità, dal dolore, ma vi scende a patti e si ricongiunge con l’idea della mortalità (la title-track).

Il problema, però, è che il mood positivo (propiziato anche dalla scelta di incidere nel suo nuovo studio di registrazione casalingo, a Los Angeles) si accompagna, in Wonderful, glorious, ad un inaridimento dell’ispirazione. L’impressione è che Eels sia ai minimi sindacali: proprio il distico iniziale, tra ferocia tomwaitsiana (Bombs away) e abbozzi di jam session à la Deep Purple (Kinda fuzzy), condensa i tratti caratteristici di una scrittura da subito fin troppo riconoscibile. Peach blossom e Stick together qualche freccia al loro arco ce l’hanno, ma stavolta la consueta sovrabbondanza di sporcizie digitali e la preminenza dell’elemento ritmico le “chiude” eccessivamente, le soffoca. Il blues urbano di Open my present freme di desiderio e riscatto («I wanna open my present / Well I’ve been working hard for too long / Say my prayers and getting my sleep, / then require now making up pip»), ma rimane nel limbo delle buone intenzioni, subito raggiunto dagli spunti funk-orchestrali della title-track.

Meglio le malinconiche e più essenziali A true original e soprattutto The turnaround, anche se Climbing to the moon o, per restare agli ultimi tempi, Things the grandchildren should know, erano un’altra cosa. Everett, insomma, stavolta non graffia. Ci prova, coadiuvato dalle chitarre di The Chet e P-Boo, dal basso di Koool G Murder e dalla batteria di Knuckles, ormai coinvolti nel progetto in pianta stabile, ma non va oltre un grazioso compendio della propria arte. Un Eels minore.

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