Les Misérables: ancora oggi, a distanza di 151 anni dalla sua pubblicazione, il romanzo di Victor Hugo continua a imperversare tra cinema, teatri e piccoli schermi. E, in un modo o nell’altro, riesce sempre a sfangarla. Perché anche quando la messinscena è carente, la regia fiacca o l’interpretazione degli attori poco convincente, il testo dell’autore francese mantiene inalterata l’universalità del classico, vale a dire quella capacità di incarnare in modo credibile passioni e conflitti eterni dell’animo umano, sottraendoli alla contingenza. Quando poi, come nel caso della pellicola di Tom Hooper, pure Hollywood fa il suo, l’effetto è ancor più coinvolgente.
Giunto al secondo film, il regista de Il discorso del re rimpolpa la componente teatrale del suo cinema e imbastisce uno spettacolo che conquista, pur con qualche lungaggine. L’impostazione è tradizionale, affine al melodramma (dimenticate il musical post-MTV di Baz Luhrmann): dialoghi parlati non ce ne sono, solo musica. Si affrontano così a suon di arie e recitativi l’ex galeotto Jean Valjean, il quale, sfuggito alla libertà vigilata e convertitosi al bene, è ora sindaco e proprietario di una fabbrica a Montreuil-sur-Mer, e l’ottuso poliziotto Javert, che, riconosciutolo, continua a dargli la caccia, persuaso che un criminale (in realtà Valjean aveva rubato solo una pagnotta per sfamare la sorella e il nipote) rimanga sempre tale. Sullo sfondo, la Parigi del 1832, quella delle passioni repubblicane e delle barricate contro la monarchia: qui, il giovane rivoluzionario Marius s’innamora di Cosette, la ragazza di cui Valjean, anni addietro, aveva giurato di occuparsi al capezzale della madre, Fantine.
Amore e morte, passione e lotta, la Storia che incalza: lungo queste direttrici si condensa uno spettacolo ricco, fragoroso, reso gustoso anche dalla scelta di far cantare gli attori dal vivo. I primissimi piani, le angolazioni bizzarre, il grandangolo e la steadycam definiscono i contorni di un mondo irreale, uno spazio (teatrale, appunto) studiato per condensare al massimo la commozione e la furia, ma che, nei momenti opportuni, si amplia sino a dei totali suggestivi. Allo stesso modo anche la sceneggiatura, se da un lato punta ovviamente su un tono (melo)drammatico, dall’altro non rinuncia a qualche gustoso alleggerimento, affidato agli imprevedibili Thénardier, una coppia di locandieri guitti e truffatori interpretata da Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter. Ottimi, come del resto tutto il cast, con i duetti tra Hugh Jackman/Valjean e Russel Crowe/Javert a puntellare tutto il racconto, e, soprattutto, una notevole Anne Hathaway, perfetta nei panni di Fantine: vincesse l’Oscar, non sarebbe un furto.
