Ci sono musicisti che, sebbene abbiano raggiunto un’età “matura”, lontana cioé dagli ardori adolescenzali, non sembrano intenzionati a trascorrere il resto della loro carriera a far da imbonitori nel circo della nostalgia perenne, ad uso e consumo di vecchi compagni di battaglie e “nuovi” hipster. Il 2012 ci ha portato qualche buon esempio, con i sempiterni Dylan, Young e Cohen; il nuovo anno, invece, conferma come al gruppo appartenga anche uno che la storia del rock l’ha fatta in posizione molto più defilata e scomoda: David Thomas. Il “Papà Ubu” di Cleveland, Ohio, e il suo gruppo di terroristi sonici mancavano all’appello da un po’ – quattro anni, quelli intercorsi dal non imprescindibile “Long live Père Ubu!”. Lady from Shanghai ruba il nome al classico noir di Orson Welles (1947), una torbida storia di giochi doppi e tripli orchestrata da una perfida dark-lady (Rita Hayworth). Non è un caso, ovviamente. Primo, perché Thomas, il volto incorniciato da barba e cappello, la fisicità prorompente, adiposa, ha sempre vantato una somiglianza inquietante con Welles; secondo, perché Lady from Shanghai persegue un’ideale di musica dance “ricostruita”, riassemblata, sotto le arcate di atmosfere e narrazioni “dark”.
C’è di più, però – altrimenti non staremmo parlando di un disco dei Pere Ubu. Lady from Shanghai nasce con una metodologia particolare, frutto dell’applicazione del gioco del “Chinese whispers” (l’equivalente USA del “telefono senza fili”) alla composizione. Ciò significa: niente prove, musicisti isolati in studio e pochissime informazioni fornite alla band. L’idea, insomma, è che solo dal metodo, dalla “struttura”, possa originarsi la vera libertà espressiva – un concetto che Thomas, alla perenne ricerca della “purezza” della “voce narrante”, ha da sempre perseguito nel corso della sua carriera. Lady from Shanghai è dunque un tassello di un discorso più ampio, che esplora le potenzialità e i limiti della gestalt della “pop” music, la sua capacità di prestarsi ad infinite contaminazioni, variazioni, pur partendo dai consueti elementi. Le undici tracce giocano così su linee strumentali in bilico tra individualità ferrea e magnetismo reciproco, alienando disco-music (Thanks rilegge Ring my bell di Anita Ward), garage’n’roll (Musicians are scum), soundtrack western (Feuksley ma’am, the hearing, un po’ Stan Ridgeway), blues post-atomici (Another one, The road trip of Bipasha Ahmed) e college/power-pop (And then nothing happened). Marcette capricciose (Lampshade man), dub scheletrici (Free white), synth-aciduli (Mandy), recitati sornioni e robuste iniezioni rumoriste (The Carpenter sun) delineano un clima gelido, tra surrealtà e incubo. Puro Thomas, pura “modern dance”. Arte, insomma.
