Lui, lei, l’amore, la rottura – definitiva: Lysandre è il racconto (autobiografico) della relazione che Christopher Owens ha intrattenuto con una ragazza francese, Lysandre appunto, durante gli anni trascorsi a suonare con quei Girls da cui, l’estate scorsa, si è sorprendentemente separato. Sorprendentemente perché il secondo LP della band (Father, son, holy ghost, 2011), forte di un buon successo di pubblico e critica, sembrava potesse destinarla ad una carriera di primo piano. Niente da fare: l’irrequieto Owens, seppur (apparentemente) senza strascichi, ha rotto il sodalizio con il co-autore Chet “JR” White e si è lanciato in un’impresa solista che, tuttavia, non parte con il piede giusto.
Il problema di Lysandre è la sua inconsistenza mascherata da pudicizia. Le undici tracce puntano su un oleografismo esasperato, sceneggiando (che sia forse questo il vero concept?) le modalità e i codici del pop-rock anni ’70 con una precisione mimetica sconcertante, quasi irreale. Owens costruisce intorno al racconto di quattro anni d’amore a distanza con Lysandre, anacronistiche trame elettro-acustiche tra glam, funk e progressive. Chitarre, flauti, sax ed archi svariano tra San Franciso e New York, sentimentali e malinconici anche nei momenti più briosi, ma privi di reale consistenza. Sin dall’apertura (il distico Lysandre’s theme – Here we go), il disco aspira palesemente alla compostezza formale del classicismo, ma si ferma a metà, all’affettazione, tra atmosfere bucoliche, coretti femminili coheniani e interventi elettrici forzati. Il sax sfrenato della bowiana New York City, il twist “progressivo” di Here we go again e gli esotismi di Riviera rock mostrano brio solo sul piano formale, in realtà risultano assolutamente autoreferenziali. Stesso discorso per le più folkeggianti A broken heart e Everywhere you knew, che pure vantano delle melodie suggestive.
«You were a part of me / That part of me is gone» è la laconica conclusione di Part of me (Lysandre’s theme), a dimostrazione di come il pathos latiti e tutto, ma proprio tutto, in Lysandre, viva nella dimensione del ricordo. Owens, insomma, è il perfetto campione dell'”indie” contemporaneo: bravissimo a citare a destra e a manca (Cat Stevens, Donovan, Simon & Garfunkel) per dar forma alle proprie (genuine) inquietudini, meno a dar loro sostanza, respiro, slancio. È, in fondo, lo stesso cruccio dei Girls migliori: tanta carineria e un intimismo che nasconde, in realtà, lo snobismo dell’autoindulgenza.
