In un’intervista a «Rolling Stone», Tony Visconti è tornato sul nuovo album di David Bowie, The next day, in uscita a marzo per ISO/Columbia. Il produttore ha spiegato che le prime fasi del progetto risalgono al novembre del 2010, quando, assieme a Gerry Leonard (chitarra) e Sterling Campbell (batteria), lui e Bowie si trovarono per una settimana in uno studio dell’East Village, per incidere alcuni demo. Dopodiché, Bowie «sparì per quattro mesi, dicendo “comincerò a scrivere”». Ad aprile del 2011, un’altra session di lavoro, in uno studio di New York downtown. «Abbiamo lavorato per periodi di due settimane – ha spiegato Visconti – con pause di due mesi tra un periodo e l’altro, durante i quali lui scriveva altra roba». Questo per diciotto mesi complessivi, durante i quali i due sono stati in costante comunicazione. «Se sommi le settimane passate a registrare, non saremmo stati in studio più di tre mesi e mezzo», ha rivelato Visconti.
Riguardo Where are we now?, scelta come primo singolo, Visconti ha spiegato che è l’unico brano in cui Bowie guarda esplicitamente indietro al proprio passato. «Tutte le altre tracce contengono le sue osservazioni. Ha scritto in terza persona. Alcune di esse riguardano la sua vita, ma altre – secondo Visconti – contengono elementi di critica sociale». Il produttore ha poi specificato come vi sia persino una traccia influenzata dalle recenti letture di Bowie di libri di storia medievale inglese. Riguardo la tracklist (che trovate qui), Visconti ha riferito che la title-track e The stars (are out tonight) sono due brani rock, mentre Dirty boys e Boss of me s’ispirano al funk. Dancing out in space è un uptempo stile Motown, con elementi psichedelici. Heat, dal canto suo, è «molto drammatica», una «classica ballad di Bowie»: «onestamente, non so di cosa parli, se sia sull’essere chiusi in una vera prigione o sull’essere imprigionati nella propria mente». I’d rather be high e How does the grass grow, invece, raccontano rispettivamente di un soldato che ritorna dalla guerra bruciato e del modo in cui nell’esercito i militari sono addestrati ad uccidere.
Visconti si è poi soffermato sui musicisti che hanno suonato nel disco. Il batterista principale è Zachary Alford, con Sterling Campbell che, impegnato con il tour dei B-52’s, ha suonare in alcune tracce: tra queste, Valentine’s day e (You will) set the world on fire, un’altra «grande canzone rock del disco». Il basso principale è Gail Ann Dorsey, responsabile anche di alcune backing vocals con Bowie. Gli altri bassi sono Tony Levin, e lo stesso Visconti, che ha suonato in un paio di tracce. Alle chitarre, Gerry Leonard (il direttore musicale di Bowie, già in Heathen e Reality), il fido Earl Slick (che qualche giorno fa aveva raccontato la sua partecipazione al disco in un’intervista a «Ultimate Classic Rock») e David Torn. Bowie, invece, ha suonato le tastiere e qualche chitarra.
Riguardo i concerti, Visconti ha spiegato che quasi sicuramente non ci sarà un tour, al massimo due o tre live, magari a Londra o New York. Del resto, Bowie «con l’etichetta è stato chiaro fin dall’inizio, dicendo che non sarebbe andato in tour o che non si sarebbe sottoposto a nessuna ridicola promozione», ha spiegato Visconti.
Qui sotto, il video di Where are we now?:
