Ma quant’è ricco questo {Awayland}? Undici canzoni, e ciascuna ne contiene due-tre, cucite insieme da una poetica visionaria, ingenua, mix di eterno stupore e malinconia, dolcezza e fuoco. Questo Billy Pilgrim del folk irlandese ha fatto bene i compiti a casa. Ha mandato a memoria i Bright Eyes, Andrew Bird, i Frames, ha studiato il soul, l’elettronica e l’indie-rock degli Arcade Fire, e poi ha centrifugato tutto, con una nonchalance stupefacente, istintiva, trovando quasi sempre il giusto tono, la giusta mediazione tra urgenza espressiva, intimismo e cerebralità.
In tal senso, {Awayland} è il degno successore di Becoming a jackal, il debutto del 2010, premiato con un Ivor Novello. La sua è, se possibile, una tavolozza ancor più composita, con tinte sintetiche ad aggiungere qua e là suggestioni inedite, a farsi largo in un tessuto, al solito, dominato da linee percussive ben in evidenza e archi avvolgenti. My lighthouse apre il disco ed inaugura, a suon di delicati picking e morbide armonie vocali, il viaggio fiabesco di Conor O’Brien, che guarda al mondo con gli occhi di un bambino – quello che tutti noi abbiamo dentro. Il tono, però, non è sempre così rilassato: Earthly pleasure, ad esempio, alterna sfumature dylaniane a un funk rugginoso. Il refrain dà un po’ d’aria, ma la chiusura è grandiosa. È, questa, un’altra caratteristica del disco, assieme all’uso di droni e pattern ritmici ipnotici: la satirica Judgement call («And we’ve got to keep the wheels in motion / And we’ve gotta get the kids before they grow / God forbid they retain their sense of wonder») e la tribale The waves offrono un buon campionario delle nuove ossessioni dell’irlandese. In alcuni casi (vedi Passing a message) la dimensione elettronica è addirittura quella primigenia, mentre in altri (la deliziosa ed harrisoniana Nothing arrived) è un intreccio più “classico” di pianoforte e chitarre a fornire benzina per un melodismo raffinato, brillante.
Lo spettro stilistico incorpora senza colpo ferire anche temi western (The bell, con chitarra in twang e un piano assai minaccioso) e delicatezze strumentali tra folk, country e jazz (la title-track, uno dei picchi del disco). Certo, Grateful song forse un po’ esagera con la grandeur, e la ninna nanna In a newfound land you are free e Rhythm composer hanno magari un che di autocompiaciuto, ma va bene così. {Awayland} è comunque un gioiellino di poesia, frutto di una voce e di una visione personali. Che bravo questo Billy Pilgrim del folk irlandese.
