Delphic – Collections

Sono difficili da incasellare questi Delphic. C’è poco di nuovo nella loro musica, però i quattro (a Richard Boardman, Matt Cocksedge e James Cook s’è aggiunto in pianta stabile Dan Hadley) fanno dei cliché un uso interessante, spinti da un approccio combinatorio che produce cortocircuiti suggestivi. E poi c’è l’ambizione, e quella non guasta mai. Acolyte pasteggiava a New Order e nu rave stile Klaxons, ma era lesto nel lasciarsi subito alle spalle quella stessa nostalgia che evocava, spinto da una fame di futuro la quale, specie oggi, deve necessariamente pagare pegno al revival. E così, in ossequio a questa legge non scritta, per cui se parli di (al) domani sei “costertto” a rispolverare metriche, suoni e concetti del passato, i manchesteriani pubblicano un altro disco infarcito di citazioni, Collections.

Sin dal titolo, l’album propone una riflessione (squisitamente postmoderna) sui tratti caratteristici dell’odierna scrittura pop, sul modo in cui echi e rimandi vari innervino inesorabilmente tutto il tessuto sonoro dei nostri anni. Possiamo però anche non farla troppo complicata, e dire che il secondo album del quartetto s’incunea in quella terra fertile tra r’n’b ed elettronica anni Ottanta che ultimamente attira tanti spiriti inquieti, sublimando tensioni e nostalgie in chiave iperreale e un po’ stranita. Il soul futuribile di Changes, la marziale Freedom found, la sognante Don’t let the dreamers take you away e l’hip hop anabolizzato e scintillante di Exotic si muovono tra furbizia e slancio sincero. In questa contraddizione (insanabile) sta il loro fascino, nel continuo tentativo di bilanciare estetismo fine a se stesso e necessità di ridefinire una grammatica ormai satura, di ritagliarsi uno spazio in un mare di cloni ed epigoni. Certo, l’imponenza di Of the young, le scansioni di The sun also rises e i luccichii collosi, febbricitanti, di Memeo fanno pendere la bilancia dalla parte del bluff, ma è il gioco: sul tavolo ci sono anche Atlas, avvolgente e violenta, e la foschia jazzy di Tear before bedtime ad alzare la posta, solleticando istinti e (soprattutto) confondendo le acque.

E allora, cosa sono questi Delphic? Un mix tra l’ennesimo gruppo di ragazzetti presuntuosi venuti a venderci fumo e una band di sperimentatori genuini. Un’aporia vivente, insomma, un sogno di grandezza che più annuncia di voler rescindere il cordone ombelicale col passato e più vi si avvinghia. Esattamente come noi?

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