Bachi da Pietra – Tarlo terzo

Il “dramma” dei Bachi da Pietra giunge al terzo atto. Se Tornare nella terra (2005) era il concepimento e Non io (2007) la nascita, Tarlo terzo è la crescita e la definizione. Prima di tutto, di uno sguardo sul mondo – oscuro, tormentato, problematico, che rifugge da ogni certezza. E poi di un’idea di musica, che coniuga blues arcaico e sperimentazione rock sotto le insegne di trame elettro-acustiche scarne, essenziali, incise con martello e scalpello nella pietra (appunto) da mani orgogliosamente artigiane. Peccato, però, che l’assestamento coincida, in questo caso, con un filo di stanchezza, con le elucubrazioni di chitarra-basso-batteria che si avvitano un po’ su se stesse, risultando meno “brillanti” del solito.

Giovanni Succi (ex Madrigali Madri) e Bruno Dorella (già Wolfango, ora Ovo e Ronin) giocano, come sempre, una partita tutta loro. Somigliano un po’ ai Massimo Volume, un po’ ai Morphine, un po’ a Mark Lanegan, un po’ agli Slint, e non somigliano a nessuno, forti di un’identità salda, incorruttibile (lo stemma “araldico” posto in copertina), sorda ad ogni cessione ai cliché, anche se “alternativi”. Del resto, il riferimento all’“indovinello veronese (che secondo alcuni sarebbe la base del moderno italiano) contenuto in Seme nero sta a significare proprio questo: si parte da materiale “umile”, “volgare”, per (ri)definire una lingua “nuova”, la propria.

Il tratto caratteristico di queste fosche meditazioni, di queste narrazioni visionarie, è l’implacabilità. Servo è impostata su una pulsazione luciferina, strisciante, che, anche dopo il cambio di tempo, non concede scampo, così come il beat e gli armonici chitarristici di Tarlo della seta. Siamo, insomma, in una wasteland post-industriale, devastata da un orrore al fosforo banco (l’anti-militarista F.B.D., ispirata ai bombardamenti USA su Falluja del 2004) e con lo spettro di ulteriori catastrofi imminenti (l’apocalittica Lui verrà). Ovviamente non c’è solo il blues, qui: la musica dei Bachi si forma su un humus ricco, fatto anche di echi di trip-hop, fantasmi di dub (Lina) e accenni elettronici fittizi. Ne I suoi brillanti anni ottanta, ad esempio, la percussione di un batacchio da timpano sulla cassa e sul ponte di un basso acustico genera l’illusione di una pulsazione sintetica.

Solo l’illusione, però, ché questa musica non ha nulla di artificiale. Non potrebbe: si parla dell’uomo, colto nel suo agire all’interno del Sistema e sul palcoscenico della Storia. Pur segnando un momentaneo rallentamento nella ricerca del duo, Tarlo terzo ha comunque personalità da vendere, e non è poco.

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