Martin Ritt – La spia che venne dal freddo

Alec Leamas (Richard Burton) è un agente segreto britannico, inviato a Berlino Est durante la Guerra fredda. Egli attende delle informazioni da un infiltrato, il quale, nel tentativo di attraversare il confine, finisce ucciso. Alec allora torna a Londra, per fare chiarezza: si pensa che il mandante sia Mundt (Peter Van Eyck), capo del controspionaggio nella Repubblica Democratica Tedesca. Per stanare l’avversario, Leames, d’accordo con il suo comando, finge di essere caduto in disgrazia presso l’MI6 e di avere problemi d’alcolismo. Non solo: l’uomo, che nel frattempo ha preso a frequentare Nancy (Claire Bloom), una giovane comunista, finisce in prigione dopo una lite. Scarcerato, viene avvicinato da un emissario di Mundt. Tutto, insomma, si sta svolgendo secondo i piani.

Leames si reca in Olanda, dove prende contatti con l’ebreo Friedler (Oskar Werner), il braccio destro di Mundt, al quale rivela una serie di informazioni che fanno sospettare il tradimento del capo dei servizi sovietici. Friedler inizialmente è diffidente: tuttavia, consumato dalla sete di potere (e dall’odio razziale), decide di credere ad Alec e denuncia Mundt. Si arriva così al processo, nel quale, però, il doppio gioco di Leamas viene a galla: lui e Nancy vengono così condannati. La stessa notte è proprio Mundt (che rivela ad Alec di essere a sua volta del controspionaggio inglese) a liberare i due prigionieri. Questi provano a fuggire al di là del muro, ma un sicario, inviato sempre da Mundt, uccide Nancy. Alec, disgustato per esser stato manipolato, si lascia ammazzare accanto alla donna.

Martin Ritt parte da un romanzo di John Le Carré (1963, edito da Mondadori) per mettere in scena una spy-story complessa, che ha nel realismo e nel piglio anti-retorico (e quindi anti-James Bond) la sua arma principale. Il racconto, teso e contraddistinto da continui cambi di prospettiva, trae ulteriori suggestioni dalla splendida fotografia in bianco e nero di Oswald Morris e dalla soundtrack incalzante di Sol Kaplan – senza dimenticare l’interpretazione di Richard Burton: per l’attore americano, BAFTA, David di Donatello e nomination all’Oscar.

In un’atmosfera cupa, un po’ malinconica, intrisa di paranoia e tradimento, Alec agisce, pedina di un gioco politico più grande di lui, che gli si disvela in tutta la sua evidenza solo nel finale. Con il suo carico di ambiguità e disillusione, La spia che venne dal freddo è perfetto nel rendere l’atmosfera di un’epoca, il gelo politico-culturale, la tensione della divisione, il fiato sul collo della fuga, il senso d’oppressione della morte, onnipresente.

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