Ken Loach – La parte degli angeli

“La parte degli angeli” è quel due percento di whisky che, durante la fermentazione in botte, evapora, si perde, svanisce nel nulla, misteriosamente. Robbie, però, un angelo non lo è di sicuro, solo un giovane delle periferie di Glasgow, alle prese con il lavoro che non c’è, risse, sbronze, pessime compagnie. Un buono a nulla, un fallito, secondo il padre della compagna incinta, Leonie, che, per impedirgli di ronzare intorno alla figlia, prima lo pesta a sangue, poi gli offre 5000 sterline, rifiutate – le sterline, non le botte: quelle Robbie le incassa e zitto, ché lui non fa la spia alla polizia. Dopo l’ennesima scazzottata, il giovane è condannato a 200 ore di servizio alla comunità: qui incontra Albert, Rhino e Mo, male in arnese come lui, come lui senza nessuna speranza per il futuro. Fortuna che c’è Harry, il responsabile del gruppo di lavoro: è lui a scoprire la predisposizione di Robbie per la degustazione di whisky, il suo palato raffinato. Quando Robbie viene a sapere che una botte di preziosissimo malto, rinvenuta per caso dopo anni in una distilleria, sarà messa all’asta, elabora un piano con i suoi amici: trafugare il liquore e rifilarlo al miglior offerente.

La riscossa materiale e simbolica di Robbie, insomma, passa per una bottiglia di whisky, non tanto (o non solo) quella che rivende per far soldi assieme ai compagni, quanto quella che regala all’amico Harry prima di partire con Leonie per Londra. È quella la “parte degli angeli”, una piccola porzione di paradiso che Robbie ha conquistato beffando un nugolo di milionari tonti (la botte, battuta per oltre un milione di sterline, è stata “aggiustata” con altro whisky, ma l’acquirente non se ne accorge).

Loach, insomma, fa il suo solito film: parla delle periferie, degli sbandati, di quelli che la Thatcher prima e Blair poi hanno ridotto sul lastrico, privato di ogni avvenire. Una chance, questo vuole Robbie, solo una chance, e dato che nessuno sembra intenzionato ad aiutarlo, Robbie la sua possibilità se la prende, di forza e furbizia. Loach, dicevamo, fa il suo solito film, ma lo fa bene. Il melodramma proletario del regista inglese si arricchisce, qui, di speranza: un figlio, a cui destinare una vita diversa da quello dei genitori, migliore, e l’amicizia, la solidarietà tra chi vive ai margini, l’unica scialuppa per non affondare. Scritto (dal solito Ken Laverty) e diretto con la consueta linearità, pulizia, e una buona dose di cuore, La parte degli angeli è uno dei Loach migliori. Premio della giuria all’ultimo festival di Cannes.

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