Se state cercando un modo per “perdervi”, Ekstasis di Julia Holter è esattamente quello che fa per voi. La songwriter americana ha dichiarato di essersi affidata all’istinto per la composizione delle dieci tracce, scegliendo «what seemed to sound best for that moment», «quello che suonava meglio per quel momento». L’ispirazione, come per il precedente Tragedy, ha radici nel misticismo: in particolare, alla base della scrittura di Ekstasis ci sarebbero dei misteriosi manoscritti medievali. Tuttavia, la forma che l’anelito cosmico assume qui è decisamente più “pop”, dal momento che i brani suonano più concentrati, densi, meno rarefatti di quelli del predecessore.
La ricchezza delle suggestioni, tuttavia, non viene meno. In the same room, ad esempio, parte da un bel riff di tastiere e da un beat sintetico per poi liquefarsi in un mare di droni. Marienbad procede in punta di piedi, tra reminiscenze Rinascimentali e incastri vocali tra Enya e Meredith Monk, mentre Our sorrows amalgama battiti kraftwerkiani, field recordings, aromi dream-pop e spunti etno. In Ekstasis, dunque, alto e basso si alternano senza sosta e si fondono, in un gioco di mescolanze che non cede niente né allo stereotipo né al cerebralismo. Für Felix e Goddess eyes II, ad esempio, pur nell’apparente semplicità delle loro architetture, rivelano a chi volesse immergervisi (a chi volesse perdervisi) intrecci spettacolari tra Enya, Nico e Laurie Anderson, ovvero tra psichedelia, avanguardia elettronica, folk e sentori medievali, tenuti insieme da una scrittura per nulla autoreferenziale, sempre tesa ad esplorare e ad esplorarsi, sotto le insegne di una spiritualità discretamente pervasiva (la tenue liturgia di Moni mon amie, che pure s’insinua con decisione sottopelle grazie ad un drumming marziale).
Boy in the moon fluttua in uno spazio di grazia e solennità sovrumane, disegnando i contorni di una galassia intera con la melodia, le linee del Casio e le parole interamente improvvisate. Già, le parole: in Ekstasis i versi pescano a piene mani dalla letteratura, con citazioni di Virginia Woolf e Frank O’Hara, ma davvero non importa comprenderle per entrare in sintonia con il disco. Più che mai qui è la voce, intesa come modulazione di suoni-parole, a contare: è grazie ad essa se gli esotici Four gardens sono così rigogliosi e gli accenti blues-jazz che This is ekstasis camuffa in nove minuti di sospensioni liquide e ripartenze, così sinceri.
La Holter, dunque, centra ancora una volta il bersaglio. Con classe, intelligenza, lucidità. Perdersi difficilmente potrebbe essere così bello.
