Scott Walker – The drift

Libertà totale. Creatività all’ennesima potenza. Scott Walker è la dimostrazione vivente di come, con un po’ di volontà, ci si possa liberare dalle pastoie del divismo pop per seguire se stessi, i propri sogni, le proprie visioni. Poi, che la cosa sortisca un effetto artisticamente positivo, è un altro paio di maniche: lì ci vuole talento. Combinazione, Walker ha anche quello: The drift è un capolavoro.

Meglio: anche The drift è un capolavoro. Perché prima c’era stato Tilt, che aveva scompaginato con successo la consueta geografia del cantautore britannico, spingendo a sua volta alle estreme conseguenze la lezione di Climate of hunter, l’inizio della decostruzione del mito del Walker pop. E dunque, The drift, “la deriva”: mai titolo fu più appropriato. Ridotta ad un cumulo di macerie sonore, la musica di Scott non offre alcun appiglio: nelle dieci tracce si affacciano relitti d’elettronica sperimentale e della musica colta del ‘900, tenuti insieme dal collante di una narrazione visionaria e solenne.

Il paesaggio è raggelato, sotto zero: il suo è l’equilibrio di un inferno di ghiaccio, un palcoscenico da incubo su cui s’alterna una processione di fantasmi, in testa Elvis (Jesse, dedicata al fratello gemello del “Re”) e Claretta Petacci (l’amante di Mussolini, uccisa con lui in Piazzale Loreto, protagonista di Clara). Il mood è teso, le vene pulsano di una violenza pronta ad esplodere da un momento all’altro. La galoppata notturna di Cossacks are è scandita da un battito cupo, la chitarra sempre sul chi vive. Le esplosioni soniche di Jolson and Jones e The escape traggono forza dalle pause, dai silenzi, dalle impalcature minimali (nella seconda, persino da un accenno di groove funk): il sound di Cue, con quel battito tenue, i droni lugubri, proviene dritto dalle catacombe, e li vi ritorna, dopo un crescendo che sa di malattia mentale. Di melodie neanche l’ombra: Tilt apre uno squarcio su un colossale buco nero, in cui precipitano i “segni” della cultura pop, delle avanguardie artistiche, della Storia con la “s” maiuscola. Walker disegna i contorni di un universo nero, sintetizza in un urlo espressionista le tensioni, più o meno sotterranee, di un secolo intero. Bellezza e marciume, sublime e orrore: Mussolini, si diceva prima, ma anche Karadzic, Milosevic e Caligola, citati in Buzzers.

La chiusura per chitarra e voce di A lover loves offre una tregua solo in apparenza: le parole, oscure, criptiche, riflettono l’immagine di un mondo andato irrimediabilmente in frantumi. Con The drift, insomma, Walker ci consegna una prestazione di straordinario livello, testimonianza vividissima di un songwriting mutante, ricco di simboli e sfaccettature. Grandioso.

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