Terzo film della “trilogia resistenziale” di Roberto Rossellini, Germania anno zero è uno dei capolavori del neorealismo. Dopo Roma città aperta (1945) e Paisà (1946), ambientati il primo nella capitale e il secondo tra la Sicilia e Porto Tolle (RO), il regista stavolta si concentra su una Berlino ridotta a un cumulo di rovine (siamo nel 1947). Su questo scenario si staglia la storia di Edmund, adolescente che si barcamena tra un lavoro al cimitero (scava fosse) e la vendita di cianfrusaglie. Sulle sue spalle poggia la sussistenza di un’intera famiglia, composta da un padre gravemente ammalato, da una sorella (che alla sera frequenta i militari alleati), e da un fratello, ex-soldato della Wehrmacht, perennemente chiuso in casa perché sprovvisto di documenti. Durante il suo vagabondare per le strade di Berlino, Edmund incontra un vecchio maestro: influenzato dalla logica perversa dell’uomo (ex nazista ed omosessuale), secondo il quale i deboli devono soccombere e i forti sopravvivere, il ragazzo avvelena il padre, uccidendolo. Confessa poi l’omicidio all’insegnante, ma questi, terrorizzato, lo insulta e lo scaccia. Il senso di colpa di Edmund è tale da spingerlo al suicidio con un salto nel vuoto.
La macchina da presa di Rossellini segue Edmund nelle sue lunghe passeggiate per le vie di una città diroccata, registrando momenti, frammenti di vita quotidiana distorta dall’ombra sinistra della guerra. Gli enormi spazi vuoti di Berlino, gli edifici smembrati, i cumuli di macerie, definiscono le coordinate di un gigantesco labirinto da cui è necessario districarsi per preservare quel po’ di vita che resta, sempre più smarrita, incerta, opaca dinanzi alla vividezza della morte. Anti-classico e poetico al tempo stesso, Rossellini mescola marciume e purezza (i visi candidi dei ragazzi emarginati), inscena una catastrofe collettiva attraverso un atto di rinuncia individuale ed estremo come quello di Edmund. La sua infanzia negata rivive, per qualche istante, prima del suicidio: morto il padre, il ragazzo se ne va saltellando per le strade, adopera una trave a mò di scivolo, gioca con una finta pistola. Il suo stesso salto nel vuoto, in fondo, è un gesto “infantile”. Con Edmund, però, precipitiamo anche noi, e con noi la nostra innocenza. Siamo, in definitiva, tutti responsabili della brutalità della Storia.
Dedicata al figlioletto Romano, morto prematuramente nel 1946, a nove anni, la pellicola di Rossellini coniuga in chiave anti-spettacolare rigore documentaristico e slancio poetico. Scriveva il regista: «Germania anno zero è un film freddo come una lastra di vetro»; ma è anche, aggiunge sempre Rossellini, un film inevitabile: «non c’era che un tono da scegliere ed è stato scelto».
