Scott Walker – Bish Bosch

Walker è come Joyce: meraviglioso ma indigesto, un fiume di parole-suoni che triturano ogni cosa – sensazioni, colori, odori, pensieri – e alla fine ti stordiscono. Con Scott, insomma, si va alla deriva (The drift), proprio come accade con lo scrittore irlandese. Il sospetto che Walker sia una voce in fondo inascoltata, esattamente come quella di Joyce (quanti hanno realmente letto tutto l’Ulisse?), un po’ c’è, ma va bene così – certo non è cosa che possa sminuire il valore di un percorso artistico che si configura sempre più come snodo irrinunciabile.

Rispetto al consueto melò in permafrost del musicista, Bish Bosch aggiunge un po’ di colore, soprattutto grazie alle chitarre – rigorosamente processate, abrasive, in una parola anti-rock. Non ci sono appigli, qui, non ci sono certezze: la fluidità è la norma, l’intreccio di trame e riferimenti, che abbatte le barriere del tempo, supera le distanze, sacralizza o dissacra senza pietà. Sotto le insegne di una scrittura visionaria, espressionista, Walker unisce mondi di significati diversissimi, lega il sublime al deforme – esattamente come i quadri di Hieronymus Bosch. SDSS1416+13B (Zercon, a flagpole sitter), ad esempio, fa riferimento ad una nana bruna di recente scoperta e a un giullare della corte di Attila, accomunati in una parabola di grandezza e morte, tra urla, dissonanze e gelo digitale.

La violenza percorre tutto il disco: The day the “Conducator” dies è incentrata sul dittatore rumeno Ceausescu, fucilato assieme alla moglie il 25 dicembre del 1989 (ecco perché lo scampanio natalizio nel pezzo), mente Pilgrim parla di vivisezione e torture sugli animali. La tensione è insopportabile: Corps de blah, malgrado i “rumori corporali” (a riprova di uno humor sardonico), è tesa e allucinata come un incubo, mentre il beat nevrastenico di See you don’t bump his head’ è un gesto congelato, destinato a non compiersi mai veramente. La profondità del sound è impressionante: e non solo quella concettuale, proprio la profondità fisica. In Epizootics!, ad esempio, la tubax (unione di tuba e sassofono) esplora i fondali dello spettro sonoro, mentre altrove sono i silenzi, carichi di tensione, ad alludere a un qualche misterioso “oltre”.

Donald Rumsfeld, il Ku Klux Klan, Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev, Giovanni Paolo II, i già citati Attila e Ceausescu; la Danimarca, le Alpi, l’antica Grecia e Roma, la Scizia: come sempre, Walker attinge ad un immaginario ricchissimo, lo smonta e lo rimonta a proprio piacimento. Ne vien fuori un universo di significati pulsante, in bilico tra espansione e collasso, un grandioso affresco di crudele, beffarda e spigolosa bellezza.

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