Santo Barbaro – Navi

Le navi sono strumenti antichissimi del viaggio. Solcano i mari da secoli, collegano lembi di terra lontani, permettono ad uomini saggi di scoprire qualche pezzetto di mondo in più, e così facendo dicono loro qualcosa di se stessi. Dopo Lorna, ancora una volta il futuro è al centro della scrittura dei Santo Barbaro. Ma se lì la cifra emotiva era la nostalgia (perché si può essere nostalgici anche del futuro), qui è lo smarrimento a farla da padrona. Che non è, necessariamente, un sentimento negativo. Smarrimento è, in Navi, l’indeterminatezza delle possibilità e dunque l’abbattimento definitivo di ogni confine – e chi ha seguito le avventure artistiche di Pieralberto Valli sa quanto la sua scrittura abbia mostrato, in passato, insofferenza per limiti, perimetri, muri, stereotipi. Quella di Navi è un’esplorazione estrema: l’uomo si lancia alla ricerca di se stesso, sfidando neve, vento, tempeste, e la parola fa lo stesso, penetra la carne densa di un’elettronica ricca di suggestioni diverse (new-wave, trip-hop, ambient) alla ricerca della sua ragion d’essere. La trova, infine, proprio nel contatto dialettico con la musica, nel continuo darsi durante l’ascolto, in un elogio del movimento, nel rifiuto di ogni forma che imbriglia (non a caso il disco è interamente autoprodotto). Il viaggio, insomma, non come mezzo, ma come fine in sé.

Le novità in Navi sono dunque tante. Le tracce sono definitivamente asciugate di ogni orpello, poggiano su architravi sintetiche lavorate con precisione chirurgica. Il ventaglio delle ispirazioni è ampio: Urania odora di anni ’80 rivisitati, Gary Newman e krautrock, Transit ammalia con la sua estasi sigurrosiana, Tempesta è un electro-rock in crescendo, Il corpo della pioggia, invece, un dream-folk dilatato. Prendi me e Nove navi, dal canto loro, mostrano aperture cameristiche, ma la prima le sfoga in una coda techno, e la seconda in un trip-hop dissonante. Non bastasse, le liriche attingono a Borges (Il libro degli esseri immaginari è alla base di Querce) e, più in generale, omaggiano l’opera del russo Andrej Platonovic Platonov, trasformando così un tratto impressionista come quello di Valli in un bel rebus.

Come in Lorna, anche in Navi gli accostamenti eterogenei, per quanto sulla carta problematici, risultano fluidissimi, non hanno nulla di artificioso. Valli e Franco Naddei, insomma, ci mandano per il mare aperto senza una carta geografica o indicazioni di sorta: ci costringono a naufragare, perché un naufragio è quello che ci vuole per ritrovare se stessi. Quello e un po’ di poesia, ovviamente, ché non guasta mai.

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