Oltre la frontiera: il West di Emilio Salgari e i suoi eroi

Tra il 1869 e il 1910, la produzione letteraria di Emilio Salgari ha come elemento caratteristico il Far West, i suoi paesaggi, i suoi miti e i personaggi eroici che da sempre ne caratterizzano il genere. Con i due cicli Avventure nel West (Il re della prateria, 1896, I minatori dell’Alaska, 1900, La sovrana del campo d’oro, 1905) e Il ciclo del West (Sulle frontiere del Far West, 1908, La scotennatrice, 1909, Le selve ardenti, 1910), e con il romanzo singolo Avventure fra i pellerossa (1900), Salgari riporta nelle sue opere un immaginario radicato nella cultura popolare, una serie di miti e una natura americana che svanirà col tempo, e che hanno contribuito al successo duraturo del western. Se è vero che alcuni dei più importanti episodi della storia della frontiera (dalle guerre indiane alla biografia di qualche personaggio) erano già noti allo scrittore veronese grazie ai suoi studi e alle letture del materiale giornalistico dell’epoca, è vero anche che l’incontro decisivo fu quello che Salgari ebbe nel 1890 con il colonnello William Frederick Cody (in arte Buffalo Bill) che portò il suo spettacolo western proprio a Verona. All’epoca, il giovane Emilio Salgari è un cronista de L’Arena, il giornale della sua città e, come tutto il pubblico, rimane deluso dallo spettacolo: «I miti, visti da vicino, mostrano delle crepe imperdonabili. Meglio osservarli “a la distance”, come si dovrebbe fare per certi capolavori della pittura. L’alone di leggenda che circonda Buffalo Bill inevitabilmente svapora quando l’eroe scende dal piedistallo e sostituisce l’azione con la recita, la Storia con lo show, la prateria col palcoscenico». Silvino Gonzato, nell’introduzione a Il Re della Prateria, riporta le parole di Salgari contenute nell’articolo del giornale per cui scriveva:

Dal fondo dell’anfiteatro irrompono di carriera, gettando urla strane, gruppi di indiani guidati dai capi Cuore Nero, Corno d’Aquila, Collo Basso, Piccolo Capo e Orso Duro e gruppi di cow-boy americani e di vaqueros messicani guidati da Buck Taylor e un gruppetto di tre ragazze della frontiera americana […] Nulla di feroce troviamo nei volti di quelle pelli-rosse che pur si resero così celebri, in tutte le epoche, per la loro efferatezza e nulla troviamo di spaventevole nelle loro grida di guerra che pur si scrisse tante e tante volte che mettevano così gran paura nell’animo dei più coraggiosi avventurieri del Grande Ovest […] meschina la caccia ai bisonti che ci parvero molto fiacchi, malgrado le grida degli indiani e i colpi di fucile di Buffalo Bill […] Gli indiani avviliti, inacerbiti dalla loro sorte, non trovando più sul sentiero della guerra e delle battaglie sanguinose e nelle scene del palo della tortura un alimento pei loro gusti di uomini primitivi, sono degenerati a tal punto che non si occupano più di bere. […] Il pelle-rossa oggidì, così fiero un tempo, è diventato un volgare beone che si instupidisce a furia di liquori e che sfoga gli ultimi suoi istinti contro le sue povere mogli che spietatamente batte e spesso vilmente uccide. […] I cow-boy sono uomini reclutati per lo più fra i disoccupati o piuttosto fra gli spostati che formicolano in tutte le città del nuovo mondo, avendo ben spesso qualche conto da regolare colla giustizia americana.

Ma evidentemente lo stesso Salgari si rende conto di mettere in moto, con quegli articoli, un processo di mortificazione di una leggenda romantica come quella del West e della frontiera. Proprio quell’incontro fornì all’autore lo spunto per scrivere avventure ambientate nel Grande Ovest, per raccontare delle grandi leggende e dei mille eroi a cui rendere omaggio, quasi che Salgari volesse fermare il tempo e la storia di quella terra.

La classica visione del mito della frontiera salgariana ha infatti una figura eroica con una forte centralità, che rafforza un’idea, un concetto o, in questo caso, il mito stesso. Questo West pieno di simboli e di immagini classiche era ciò che più attirava il pubblico, che ricercava nei libri le imprese leggendarie di uomini straordinari [1]. Gli eroi salgariani del West incarnano un sistema di valori che permette di creare intorno a loro un mondo, in cui i punti fermi (l’eroe stesso e il sistema che gli ruota attorno) non vengono mai messi in discussione. Quel mondo diventa a sua volta, come a formare un circolo generativo senza fine, indispensabile per la nascita dell’uomo americano, di un eroismo del tutto particolare, che presenta caratteri unici e distintivi, che l’autore vuole riportare alla luce. Questo procedimento, che è anzitutto narrativo, porta all’attenzione da parte del pubblico più verso il personaggio (il suo carattere e le sue abilità) che verso le vicende. In questo senso, nella creazione di un Sistema eroico, giocano un ruolo essenziale alcuni elementi ‘connessi’ all’eroe, che diventano funzionali nella vicenda per evidenziare le sue caratteristiche, e i rapporti con la storia e la realtà dell’epoca, che permettono di inquadrare la narrazione in un contesto di riferimento e di attribuirle un valore reale. D’altronde, la formazione della figura eroica nel West americano ha radici lontane, ed è strettamente connessa alla nascita e allo sviluppo del concetto di frontiera americana, che è a sua volta alla base dell’identità nazionale statunitense.

Il West americano fu un’epoca e un luogo. Ma, soprattutto, fu uno stato d’animo, un modo d’essere e di pensare. Per i pionieri che, lo sguardo teso in avanti, la pistola carica penzolante al fianco, si addentrarono nella terra vergine del sole calante, il West significò ricominciare da capo, rappresentò un futuro di possibilità infinite, un posto dove un uomo o una donna potevano diventare qualcuno. [2]

La storia americana è stata, in gran parte, la storia della colonizzazione di territori a ovest: l’esistenza di una superficie di terre libere e aperte alla conquista, la sua retrocessione continua e l’avanzata dei coloni verso occidente, spiegano lo sviluppo della nazione intera. La frontiera mobile che sanciva il confine tra ciò che era incluso e ciò che non lo era, rappresentava il punto d’incontro fra la barbarie e la civiltà:

La frontiera è la linea dell’americanizzazione più rapida ed effettiva. La grande difesa solitaria domina il colono, s’impadronisce del suo animo. […] Lo spoglia dei vestiti della civiltà, lo veste con la casacca del cacciatore e gli mette ai piedi i mocassini di daino. […] alla frontiera l’ambiente è, agli inizi, troppo violento per l’uomo bianco. Questi deve accettare le condizioni che trova o perire, e così si adatta alla radura e segue le piste degli Indiani. […] il risultato non è la vecchia Europa, lo sviluppo dell’originario germe sassone, il ritorno dell’antichissimo ceppo germanico. Nasce con lui un prodotto nuovo e genuino: l’Americano. [3]

Si susseguirono, così, le imprese di coltivatori di bestiame e di cercatori d’oro. Le linee di confine si spostavano continuamente verso occidente, ed ogni spostamento era scandito da una guerra contro gli indiani. Il Grande Ovest e il concetto di frontiera in continuo movimento ebbero, innanzitutto, la funzione di promuovere una nazionalità composita nel popolo americano. Nel catino della frontiera gli immigrati si americanizzavano, liberati e fusi in una razza mista, che non era inglese né per nazionalità né per caratteristiche. Ma l’effetto più importante, forse, è stato quello di aver dato un impulso decisivo ai sistemi democratici: «La frontiera è causa generatrice di individualismo. […] avanzava costantemente stanziando coloni in sempre nuove sedi e portava con sé l’individualismo, la democrazia e il nazionalismo, influendo positivamente sull’Est e sul Vecchio Mondo». All’individuo fu dato un campo aperto, pubblico e accessibile a tutti, senza i freni di un vecchio ordine sociale o di una gestione scientifica di governo.

Il self-made man, l’uomo che si è fatto da sé, fu l’ideale dell’uomo del West: fu il tipo d’uomo che tutti potevano diventare. […] Nonostante la sua natura rude e grossolana […] fu, al tempo stesso, un idealista. Aveva fede nell’uomo e speranza nella democrazia, credeva nel destino dell’America e possedeva una fiducia illimitata nelle proprie capacità di realizzare i suoi sogni. [4]

Il West è stato una regione di ideali, proprio quelli che hanno portato alla formazione dell’America: quello della scoperta, della possibilità di aprire nuove piste e quello dell’individualismo, Ecco il motivo per cui, nel corso del Novecento, il genere western è stato uno dei più rappresentati, e cinema e letteratura sono state le arti che, più di altre, hanno contribuito alla sua rappresentazione riprendendone temi, strutture narrative, storie, personaggi e significati.

Come ricorda Stefano Rosso nel suo libro Le frontiere del Far West, nella frontiera, e nei suoi eroi, risiede «la chiave per leggere le peculiarità del “carattere americano” nella mitologia che il paese si era dato fin dagli inizi della colonizzazione inglese del Nuovo Mondo». Riproponendo queste storie Salgari riesce nel duplice intento di richiamare alla mente quei miti americani ormai in declino, ma che ancora fanno sognare il pubblico [5], e propone un modello di eroismo epico che vede nella forza fisica e nella rettitudine morale i suoi caratteri peculiari. La rilettura della storia del West da parte di Salgari, mette in luce, però, anche il punto di vista di coloro che avevano pagato a caro prezzo l’espansione verso ovest: gli indiani. Così come alle donne viene assegnato un ruolo di un certo spessore, considerate, in molti casi, uno degli esempi di eroismo della frontiera. L’eroismo salgariano, nonostante la semplicità della struttura narrativa lo renda facilmente inquadrabile come “epico”, non è poi così scontato. L’autore non si limita a presentarci il classico mito dell’eroe bianco in lotta con i selvaggi indiani, ma il concetto di eroismo della frontiera attraversa indistintamente ogni figura del West (cowboy, indiani, donne), presentandoci così una visione del tutto nuova del mito del grande Ovest. Non è tutto. Sembra che Salgari voglia, in un certo senso, proporre al pubblico la parte nascosta e meno visibile dei suoi eroi. Come a formare un intricato gioco di specchi, in cui anche gli eventi storici realmente accaduti e lo stile prettamente giornalistico dell’autore hanno un forte peso, ci verranno quindi mostrate le abitudini degli scorridori di prateria unite ad un uso spesso spropositato della violenza, entreremo con lo scrittore nei villaggi indiani per conoscere lo stile di vita di coloro che da sempre sono stati considerati dalla parte del male, ma che nelle pagine salgariane dimostrano tutto l’attaccamento ad una terra che gli sarà presto strappata via. Il Western è costituito dunque da una molteplicità di sfaccettature, e dietro ad alcuni tratti comuni (abbigliamento, armamento, cavalcatura, semplicità dell’intreccio, binarismo etico, prevalenza del maschile), cela un linguaggio complesso sul quale è opportuno indagare. E «attraverso il linguaggio, lungo coordinate formali presentate come apparentemente neutre […] si cela un disegno che utilizza il western come preciso veicolo di propaganda per un pubblico molto vasto». L’etica eroica e il linguaggio del West sono diventati uno strumento comunicativo per qualsiasi contesto. «Al classico concetto di rappresentazione del western si chiedeva di rafforzare il mito americano della frontiera e della funzione purificatrice dell’esperienza del confine selvaggio». Proprio quella che Giampiero Frasca chiama «idealizzazione della leggenda che attraverso i criteri retorici dell’allegoria si presenta come tale anche nella visione della società contemporanea». Il western può essere, come lo definiscono alcuni critici, una «struttura vitale, uno spazio operativo o un codice». All’interno di questo sistema di testi, dunque, è essenziale il rapporto tra narrazione e storia, il legame tra la realtà e la sua spettacolarizzazione. È proprio il procedimento che ha fatto di Emilio Salgari, nel panorama italiano, uno dei massimi narratori del mito americano. «Il western non è pura finzione, né esclusivamente leggenda. Si radica profondamente nella Storia. […] la Storia non era che la materia del western, diventerà spesso il suo soggetto». Proprio per questo alcune opere letterarie del genere western si possono ricollegare, secondo Bernard Port, a certi grandi romanzi della letteratura occidentale che si fondano, dopo il Don Chisciotte, «su una instancabile e infinita imitazione dell’epopea». Salgari scavalca il limite territoriale del mito della frontiera, trasformandola in una “frontiera morale” da fornire al lettore. Lascia ampio spazio a contenuti storici e sociali, arricchendo la narrazione di temi e interpretazioni. Il western diventa anche cronaca sociale in cui persino l’eroe è coinvolto. Qui si esprime tutta la bravura giornalistica dell’autore veronese, che unisce sapientemente la narrazione alle splendide descrizioni paesaggistiche, le avventure eroiche ai racconti storici e alle minuziose puntualizzazioni scientifiche. Il destino di una nazione è riassunto in vicende di eroi inventati che vivono e si battono accanto a personaggi realmente esistiti. In altre parole si racconta e si ricostruisce la Storia alla luce di valori, problematiche ideologiche e filosofiche del tutto attuali al momento della stesura.

La rappresentazione del Selvaggio West, il rodeo, il cinema e il romanzo western, sono strumenti con il quale il West è stato mitizzato, distorto, caricaturizzato, ingigantito oltre la realtà, ma talvolta anche ridotto, falsificato. Il West non esiste più nella realtà, continua a vivere soltanto nell’immaginazione e nella memoria tramandata dalla storia. Eppure l’eredità del West ci circonda. [6]

Il sistema eroico salgariano: il codice del West

È proprio per queste particolarità, per questo profondo intreccio tra storia e narrazione, fra la costruzione di una nazione e gli eroi che ne rappresentano il cuore pulsante, che il sistema eroico che Salgari crea attorno ad essi si costituisce di due livelli distinti. Accanto alla rappresentazione classica dell’eroe epico fornita dall’autore come forma di rappresentazione del mito collettivo, vanno tenuti costantemente presenti i legami con il mondo da cui questi eroi hanno preso vita, e che più di ogni altro scenario salgariano sembra influire sulla costruzione narrativa degli stessi personaggi. Nel linguaggio comune dei nostri giorni, il concetto di eroe designa «chi sa lottare con eccezionale coraggio e generosità, fino al cosciente sacrificio di sé, per una ragione o un ideale ritenuti validi e giusti». Ancora resiste, quindi, una visione epica della figura eroica e, come ricorda Bernard Port, «nel western il folgorante cowboy del XX secolo, sarebbe la replica esatta del prode cavaliere del XIII secolo». Il “sistema eroico” presente nelle opere western di Emilio Salgari ricalca questo modello di eroe epico, in cui il coraggio e la generosità si sposano con il codice della frontiera, in cui i valori e gli ideali muovono la narrazione seppur nella difficile definizione di cosa sia il bene e cosa il male. I personaggi salgariani «rispondono ad una ricerca di qualcosa di più nobile, di meno mediocre, di più avventuroso rispetto a tutto ciò che contraddistingue la quotidianità della vita». Silvio Pasquazi introduce addirittura il concetto di «popolaresca epopea salgariana» rifacendosi alle parole dello stesso autore veronese, che proprio in forma di popolaresca epopea aveva descritto le gesta dei suoi eroi: «il romanzo salgariano è simile a un film d’azione nel suggerire innumerevoli rivelazioni, meravigliose e terribili, eroiche ed estatiche, alla fantasia del lettore […] l’ammirazione per la natura, il senso dell’onore, il rispetto per la donna, la solidarietà […] sono valori morali autentici, e dunque valori educativi». Il popolo per il quale Salgari scrive ama questa trasfigurazione della realtà, e dalle avventure nel lontano West costruisce i suoi miti, i suoi eroi, positivi, epici. «Anche per questo ben venga un ritorno ai romanzi dell’eroismo, ai poemi del coraggio e dell’avventura. Con essi riemerge l’eroe positivo […] Gli eroi dell’avventura […] affrancati dalle convenzioni».

Non è difficile trovare, all’interno dei romanzi di Salgari ambientati nel West, la focalizzazione sugli elementi che costituiscono il nucleo di questo “sistema eroico” e che sono, in definitiva, le caratteristiche fondanti della nazione americana e dei suoi eroi. A volte viene fornito un vero e proprio elenco delle caratteristiche dei personaggi: «Ecco l’uomo che avevo sempre sognato: forte, energico, audace. Voi mi farete felice, Harris, ed io vi amerò come mai nessuna donna ha amato». Forza ed energia, qualità fisiche che connotano indiscutibilmente un eroe: «avevano forme erculee, specialmente il secondo, il quale doveva esser dotato d’una forza straordinaria». La forza fisica e le qualità corporee degli eroi li rendono capaci di affrontare i pericoli e le manifestazioni selvagge della natura, facendoli quasi incarnazioni moderne dei semidei olimpici, dalle risorse quasi ultraterrene ma dalle prerogative umane: «Sandy, che era dotato di un’agilità straordinaria, balzò su una […] le sue carni dovevano essere corazzate contro il freddo». La forza fisica dell’eroe serve, nel West, prima di tutto a sopravvivere all’ambiente selvaggio, dinamico e pericoloso della frontiera. L’eroe deve controllare le forze estreme e, spesso, modellare l’ambiente circostante. Ma è il coraggio, forse, su cui l’autore si sofferma maggiormente per descrivere la centralità dei protagonisti: «Tu sei un valoroso […] ed io amo i coraggiosi», o ancora «Si munì del suo rifle e strisciò coraggiosamente verso l’esterno». Attraverso questa caratteristica l’eroe si pone come motore della storia, veicolo che ha la responsabilità di ogni azione, di ogni combinazione degli eventi e di ogni mutamento di stato: «Noi, i forti scorridori della prateria […] ci siano orsi, o giaguari, o lupi, o coguari, noi passeremo […] se siamo pochi siamo valorosi». Le difficoltà che si frappongono fra l’eroe e il suo obiettivo possono essere superate attraverso il coraggio, e diventano inevitabili peripezie che l’uomo giusto deve compiere per arrivare al suo fine, per ripristinare, come afferma Giampiero Frasca, le «giuste proporzioni tra il mondo in cui l’eroe si muove e le caratteristiche con cui lo stesso personaggio aderisce ad esso». Nella ripetizione delle strutture narrative salgariane, l’elemento del coraggio permette di rendere immutata la natura di tale struttura. Si tratta, in sostanza, «di essere in condizione di rifare, al momento voluto, lo stesso gesto». Il coraggio, la forza fisica, l’essere stati formati nei territori di frontiera, rappresentano la centralità del “sistema eroico salgariano del West”. Senza queste caratteristiche non vi sarebbe possibilità di continuità narrativa, e le tappe essenziali del cammino di ogni eroe [7] non potrebbero essere superate. «In quanto ai pericoli che voi ci segnalate, non siamo uomini da spaventarci […] noi raddoppieremo il nostro coraggio». Strettamente connesso all’audacia dei protagonisti è il rapporto degli stessi con la morte. Presente in ogni romanzo, e più in generale nella vita di frontiera, la morte acquista una valenza particolare, un’abitudine per gli eroi, che ad essa non sfuggono e di cui non hanno paura: «Hai sempre paura tu, della morte? Giungerà forse, ma per tua regola non si deve disperare mai». Il western sembra non ammettere la realtà della morte, e anche quando viene presentata, con eccezionale crudeltà, su di essa non ci si concentra. «I morti non servono che a meglio sottolineare la grandezza dell’impresa. La morte non esiste, né come fatto fisiologico né come valore tragico». L’universo e la struttura narrativa restano quindi invariati di fronte a questo elemento, con cui ogni eroe, per essere definito tale, deve saper convivere: «Quell’uomo meraviglioso scherzava ancora dinanzi alla morte». Se è vero che gli uomini che popolano i territori della frontiera rappresentano i valori più profondi della nazione, è vero anche che il lettore trova in loro l’esatta copia dell’immaginario popolare. I cowboys sono i veri protagonisti delle vicende narrate da Emilio Salgari, e in loro sono racchiusi gli ideali e i valori di ogni eroe del West. L’autore li definisce «i migliori cavalieri delle grandi praterie americane ed anche i più valenti nel menare le mani, poiché sono abituati a considerare la pelle d’un uomo pari a quella d’uno dei loro buoi che guidano al pascolo». La storia americana ha reso onore a queste figure avventurose, per le quali il lavoro non si esauriva nel ranch, ma comportava rischi nelle grandi praterie, durante il trasporto delle mandrie, non aveva particolari attrattive, ed era sempre poco pagato. Ne Alla conquista delle grandi praterie. La frontiera che divenne leggenda, di Jon E. Lewis si legge: «È quasi superfluo dire […] che il cowboy è un animale senza paura. Un uomo senza coraggio si sentirebbe fra i cowboys come un pesce fuor d’acqua. Infatti la vita che ogni giorno il cowboy è costretto a condurre esige la presenza di un altissimo grado di coraggio freddo e calcolatore». Una vita eroica che anche Salgari descrive con precisione, soffermandosi sulle caratteristiche che fanno i protagonisti degli eroi, e che saranno poi funzionali allo svolgimento della vicenda:

Sono dei coraggiosi che sfidano intrepidamente la morte e che difenderanno strenuamente il bestiame loro affidato contro i lupi e gli orsi, e contro la rapacità degl’indiani. Sempre in sella, essendo tutti instancabili cavalieri. […] Benne e Buck erano dunque due cow-boys. […] Bell’uomo quel Bennie, il vero tipo dello corridore della prateria. Alto, muscoloso, dalle braccia poderose, il petto ampio, con una testa energica […] non aveva ancora abbandonato il pittoresco costume dei cacciatori della prateria. […] Il suo compagno Buck era molto più giovane […] colla speranza di trovare migliore fortuna e maggiori emozioni nelle grandi praterie. [8]

E la stessa minuziosa descrizione, più vicina ad un resoconto giornalistico che alle strutture letterarie, Salgari la ripropone ne La sovrana del campo d’oro, paragonando cowboys americani, vaqueros messicani e gauchos argentini:

Sono i più audaci avventurieri dei due mondi, i più intrepidi cavalieri ed i più maneschi che esistano […] sfidandosi al coltello o alla carabina […] una carabina e l’inseparabile serapè […] basta che siano robusti e che sappiano rimanere a cavallo sedici ore […] Non è certo cosa facile condurre attraverso le immense praterie tre o quattrocentomila capi di bestiame, impedire che quella massa enorme si disperda, raccogliere od inseguire i fuggitivi, spingere i ritardatari e trovare gli accampamenti. È specialmente durante gli spaventevoli uragani, […] che devono spiegare tutta la loro abilità e la loro energia […] e gli assalti che devono respingere, quando le orde indiane li insidiano […] ci sono i briganti e gli scorridori delle praterie […] quindi una vita continua di scaramucce a colpi di carabina, che fa un buon numero di vittime anche fra quegli audaci pastori. [9]

L’autore si concentra chiaramente sulle caratteristiche fisiche necessarie per affrontare questo mestiere, e sul coraggio dei cowboy, che devono affrontare e combattere le forze selvagge della natura e i pericoli provenienti dagli indiani. Vi è dunque un chiaro riferimento alle figure che hanno popolato i territori primitivi della nazione americana. Sono proprio loro, i cowboy, eroi della prateria, i veri fondatori della nazione. Il cowboy salgariano incarna perfettamente il modello di eroe epico in perfetto accordo con la natura, di cui si serve con rispetto per proporre armonia tra uomo e universo. L’eroe epico è l’eroe artefice, assume il posto rilevante nella vicenda e la regola con la sua abilità. Le sue azioni, come ricorda Giampiero Frasca, «si trasformano in impresa, e l’uomo al servizio della collettività assume lo spessore ideale dell’icona. […] Tramite il suo esempio ripiega su se stesso le talvolta incomprensibili passioni e le converte in senso del dovere». E proprio perché l’eroe del West entra in contrasto con tutto ciò che rappresenta elemento di disordine, la violenza è una componente spesso necessaria, «messa sul piatto di una bilancia sul cui altro piatto è posto il bene della collettività». L’uso delle armi è cosa quotidiana per questi eroi del West che vivono in equilibrio tra la virtù e la violenza: «Il cowboy texano è un tipo di cui non si trova l’uguale su tutta la terra. In genere porta un revolver su entrambi i fianchi, e li usa senza pensarci troppo contro un uomo al pari che contro un animale selvatico. Un tipo del genere è pericoloso e pronto a tutto, e in genere ognuno ha ucciso il suo uomo». Eroismo e violenza, doti eccelse e comportamenti certo poco consoni a personaggi epici. Ecco l’altra faccia della moneta dei protagonisti della frontiera. Aspetti spesso brutali e selvaggi che accompagnano i valori che i cowboys incarnano, e su cui l’autore veronese incentra le sue storie: «Nella prateria vi è l’abitudine di soccorrersi l’un l’altro contro le pelli-rosse. Tutti i volti bianchi diventano fratelli». Contro un nemico comune (gli indiani), o contro le forze della natura, sono loro i veri eroi della frontiera su cui poter contare: «Credevate che vi avessi abbandonati? Un cow-boy si fa uccidere, ma non lascia gli amici nel pericolo». Proprio l’impianto di valori che Salgari associa agli eroi del West è strettamente connesso con i mondo della frontiera. In generale i personaggi delle opere dell’autore veronese si rifanno ad una morale sana che li classifica come «uomini che si battono per nobili cause, per proteggere i deboli contro la prepotenza dei forti, per liberare gli oppressi». Eroi dunque «senza macchia e senza paura, disposti a sacrificare la propria vita in nome di nobili ideali quali la patria e l’onore». Questo richiamo ad un eroismo epico classico entrato nell’immaginario collettivo è funzionale alla struttura narrativa della frontiera, in cui l’amicizia è un valore supremo: «La nostra vita sta nelle vostre mani […] la nostra riconoscenza sarà eterna e sapremo darvi un regalo cospicuo. […] Amico, io non ho bisogno di denaro. […] io sarò solamente felice di sapere che voi mi conserverete la vostra amicizia». Amicizia che rimane anche se le forze esterne mettono a repentaglio la vita stessa degli eroi: «Io avevo intenzione di salvarvi vostro malgrado; gli avvenimenti me lo hanno impedito […] Voi un tempo siete stato mio amico […] Abel Doc, amico mio, vi perdono». Quando l’ordine delle cose è minacciato ecco che l’eroe salgariano interviene per ristabilire l’equilibrio.

L’eroe è la personificazione del bene. retto, ordinato, preciso nel tiro, rispetta la legge, la bandiera, le donne e i bambini; egli veste abiti aderenti e cavalca un cavallo che è il suo più fedele compagno; usa proiettili e parole con eguale cura, è un disinteressato sostenitore della giustizia e non ambisce a un guadagno personale. Egli vince sempre. [10]

Il rispetto massimo per la donna è un valore centrale anche nella prateria: «Vi sono due fanciulle nelle mani dei pellerossa e noi dobbiamo liberarle per l‘onore nostro», così come diventa di primaria importanza il sostegno contro il nemico comune, l’indiano: «vuoi lasciare nelle mani degl’indiani lo scotennato?… Giacché lo abbiamo raccolto dobbiamo pensare a proteggerlo. […] Siamo uomini di cuore, noi». Oltre alle classiche caratteristiche morali dell’eroe epico, i personaggi del West racchiudono in loro un sistema di valori particolare, che richiama direttamente l’ambiente in cui si sono formati e che li vede indissolubilmente legati al codice della prateria: «Nella prateria si usa aiutarsi gli uni gli altri e difendersi contro i nemici a due o a quattro gambe». Proprio questo codice della frontiera ha formato gli scorridori, che sarebbero stati poi i veri fondatori della società americana: «Quando si tratta di galoppare alla ventura con più o meno probabilità di lasciare la pelle fra le unghie di un orso, o le budella sulle corna d’un bisonte, o fra le mani dei vermi rossi, io son sempre pronto. Del resto, se gli scorridori di prateria non hanno un letto, è naturale che non debbano morire su un materasso». Ed ancora, ne La Scotennatrice, proprio in riferimento al pericolo degli indiani si legge: «Lo lasceremo noi cadere nelle mani degli sioux?…Un uomo così coraggioso e così popolare nella prateria? Sarebbe un’infamia! […] Prima di lasciare il campo dobbiamo tentare il possibile ed anche l’impossibile per salvarlo […] se non facessimo quanto è umanamente possibile, l’onore degli scorridori della prateria rimarrebbe macchiato». I personaggi salgariani dell’ovest dispongono dunque di una moralità specchiata, offerta come esempio virtuoso dell’abilità d’azione all’interno del loro mondo: «Ora quei bravi cacciatori vivono sulle frontiere, cacciando il bisonte, senza menar vanto delle loro imprese». Risulta però evidente in Emilio Salgari, un processo che ha caratterizzato tutta la seconda fase del genere western, che inizia a discostarsi, anche se faticosamente, dalla visione dell’indiano unicamente come forza negativa della frontiera. L’autore veronese lascia ampio spazio alla descrizione degli usi e dei costumi dei pellerossa, si concentra sulle problematiche storiche del conflitto tra bianchi e nativi americani, e pone spesso l’accento sull’eroismo delle tribù autoctone: «Se è scritto sul libro del destino che la nostra razza debba scomparire da questo gran paese che apparteneva ai nostri padri, il fato si compia, ma l’ultimo indiano morrà colla scure di guerra in pugno ed il winchester pronto a bruciare la sua ultima cartuccia».

L’indiano e l’eroismo al femminile

L’immagine che notoriamente il genere western assegna agli indiani è decisamente negativa. Spesso liquidati come belve sanguinarie, vengono odiati dai cowboys, e l’epopea della frontiera viene spesso letta come «un’eroica vittoria su una natura spesso ostile e inospitale, e sui ‘primitivi’ che la abitano». Molto spesso però, soprattutto in una fase successiva delle rappresentazioni di genere, si avranno raffigurazioni meno offensive, che si aprono ad una nuova visione della figura indiana, tanto che diventa quasi impossibile identificare un colpevole e una vittima, facendo cadere il contrasto tra “eroe bianco” e “nemico indiano”. Anche Salgari entra in quest’ottica al momento della stesura dei suoi romanzi, fornendo descrizioni dei pellerossa sicuramente più equilibrate e mantenendo una certa obiettività nel racconto di episodi storici realmente accaduti. Nonostante l’indiano sia sempre il nemico da battere per i personaggi salgariani, l’elemento principale che turba l’equilibrio, l’autore veronese non manca di sottolineare alcune caratteristiche eroiche di questi validi protagonisti della frontiera:

Gl’Indiani dell’America del Sud e quelli del Nord sono, checché si dica, i più abili cavalieri del mondo, che vengono appena eguagliati dai gauchos della pampa argentina e dai pochi cow-boys del Far West. Quantunque non abbiano né speroni, né sella, né morsi d’acciaio, né fruste, colla semplice pressione delle loro ginocchia sanno spingere i cavalli molto meglio degli arabi e degli yokeys inglesi. In un campo delle corse sarebbero dei famosi cavalieri che darebbero molto da fare agli allievi delle vacche corse di scuola europea. [11]

Ancora una volta, dunque, l’eroismo viene strettamente connesso con le caratteristiche necessarie alla sopravvivenza nei territori dell’ovest. L’abilità nel cavalcare sembra essere una delle prerogative fondamentali, e uno degli elementi principali che vengono sottolineati, non solo da Salgari. Jon. E. Lewis scrive infatti: «Chiunque vedesse i Comanche a cavallo restava nel contempo ammirato e atterrito dalla loro perizia. […] Appendersi al collo del cavallo per scagliare le frecce o lanciare un giavellotto di oltre quattro metri. Alcuni erano capaci di scoccare frecce da sotto la pancia del cavallo». La crescente interazione tra uomini bianchi e indiani fornisce anche la possibilità di soffermarsi sulla civiltà dei pellerossa: «Gl’indiani, checché se ne dica sul loro conto, sono in fondo leali, e l’ospitalità l’hanno sempre rispettata». Ma più di ogni altra caratteristica è l’abilità nel combattimento ad essere considerata eroica. Gli indiani, al pari dei cowboy, presentano tutti gli elementi di forza fisica e di abilità guerriera che nella struttura salgariana rispondono al “sistema eroico”: «Voi sapete che i pellerossa si difendono bene e che sono guerrieri molto temibili. […] Voi sapete che gl’indiani sono grandi cacciatori e che di quando in quando intraprendono delle spedizioni per procurarsi della selvaggina». D’altronde, le caratteristiche di uomini di guerra degli indiani erano ben note nella storia della frontiera: «Accanto alla stima per la forza muscolare e per l’insuperabile capacità di resistenza nei confronti dei nemici, gli slanciati Apache della montagna avevano in pregio un’altra qualità: l’astuzia. L’astuzia era la virtù massima di un Apache, e contava più ancora del coraggio». Nella vasta serie di personaggi indiani presentati da Salgari, per alcuni, come Cuor Duro, viene fornita una descrizione delle abilità fisiche e cavalleresche. Gli indiani salgariani, al pari degli scorridori della prateria, presentano veri e propri tratti eroici: «Ed è uno dei più valorosi […] Nessuno può eguagliarlo per audacia e per forza e anche per crudeltà. La sua razza non ha un nemico più spietato di lui. Cuor Duro ucciderà, un giorno, anche Scibellok». Parlare di indiani, per Salgari, non vuol dire solo creare un nemico contro cui i cowboys devono lottare, ma significa soffermarsi sulle loro qualità eroiche e, soprattutto, avere l’occasione di fornire al lettore delle descrizioni quanto mai precise di stili di vita, abitudini ed abbigliamento:

Il terribile guerriero […] era un uomo di forme gigantesche, capace di lottare anche senz’armi contro un orso grigio delle Montagne Rocciose e forse vincerlo. Il suo corpo, nudo fino alla cintura, mostrava un numero infinito di cicatrici […] la sua testa era adorna d’un gran ciuffo di penne trattenute da un largo cerchio d’oro, ciuffo […] formato da lunghe e bellissime penne di tacchino selvatico. Le sue gambe portavano dei calzoneros di velluto alla messicana, aperti in parte per lasciar vedere i mocassini di pelle ricamata. [12]

C’è, in definitiva, un serio influsso della scrittura giornalistica che accompagna la narrazione, e grazie alla quale l’autore riesce a presentare una visione nuova di alcuni personaggi della frontiera, quasi a fare da precursore ad un filone western successivo che, andando oltre la classica visione dell’indiano selvaggio, ne mette in risalto aspetti fino ad allora nascosti. Grande importanza, sotto questo aspetto, ebbe la consultazione da parte di Salgari del manuale Le razze umane del naturalista francese Figuier [13], ed in particolare del capitolo dedicato alla razza rossa, che nell’edizione Mondadori de Il re della prateria, viene posta in appendice al romanzo. Leggiamo così, oltre a minuziose descrizioni dell’abbigliamento indiano, spiegazioni sulle modalità d’uso delle loro imbarcazioni:

Quei canotti indiani fabbricati con arte impareggiabile, di larghe scorze di betulla montate su un leggerissimo scheletro e magistralmente impeciate con la resina dei grandi pini. […] Ci vogliono quei rematori insuperabili i quali […] usano corte pale molto larghe che non hanno più di due metri di lunghezza. Le affondano decisamente, ed operano una trazione così violenta, da eguagliare quella formidabile dell’elica. [14]

Ma veniamo anche accompagnati dalla scrittura dell’autore all’interno dei villaggi indiani e delle capanne. La descrizione che Salgari fa di uno di questi villaggi è esplicativa a riguardo:

Le capanne indiane sono tutte eguali e sono formate d’un certo numero di pertiche affilate e assai flessibili, che si dispongono prima per terra intorno ad un centro comune come i raggi d’un medesimo circolo, e che poi si rizzano tenendole inclinate. In questo modo tutte le pertiche si uniscono alla cima, legandole con strisce di pelle. Il perimetro conico viene poi coperto con pelli di bisonti, di cervi e pelli di tela cuciti alla meglio. In alto si lascia un’apertura per dare sfogo al fumo […] In tutte le tende indiane regna un disordine impossibile a descriversi […] si trovano accumulati insieme armi, vestiti, quarti di selvaggina, pelli ancora rosseggianti di sangue. [15]

Nel West salgariano c’è poi un aspetto rilevante che si riferisce ad un eroismo al femminile, che vede protagoniste grandi guerriere indiane o giovani ragazze cresciute nella prateria: «Tu sai che la vita avventurosa non mi dispiace […] io sono decisa a tutto e non temo alcuna miseria. […] E poi, io conosco la prateria, potrei risparmiarvi molte fatiche e molti pericoli […] non crediate che le due ragazze siano delle volgari femminucce. Al momento opportuno lotteranno con coraggio virile». La donna non è vista dunque da Salgari come oggetto, ma diventa spesso e volentieri parte integrante dell’azione. Non è più la fidanzata modello che esprime umiltà e sottomissione, ma sono «eroine più o meno toccanti, divise tra la durezza a cui sono costrette dalla particolare posizione e la tenerezza». Anche Salgari quindi si discosta da un classico modello di genere western in cui la donna era una sorta di Minerva che dispensava saggezza, principi morali, affettuoso conforto e necessario incoraggiamento. Nate e cresciute nei territori di frontiera, le eroine salgariane si trovano a loro agio nell’uso delle armi: «In possesso della sua carabina non aveva più paura. Allevata sulle frontiere, in quei paesi dove i pionieri sono costretti a lottare incessantemente contro gli indiani, e dove tutti i fanciulli e fanciulle sono costretti a prendere parte a quelle crudeli guerriglie, Annie possedeva oltre ad un’energia straordinaria, un coraggio a tutta prova». Ma il grosso dell’eroismo femminile di Salgari è rappresentato da Yalla e Minnehaha, le due temibili guerriere indiane, madre e figlia, protagoniste del Ciclo del West: «È troppo terribile quella donna e vale quanto cento guerrieri […] sarebbe capace di affrontare anche te e di scotennarti […] la terribile donna, che col suo valore aveva detronizzati tutti i sakems della sua tribù passandoli in seconda fila, s’avanzava facendo caracollare il suo cavallo e rispondendo agli Ahu entusiastici degli arrapahoes con un superbo gesto della mano». L’importanza che lo scrittore veronese da a queste figure le fa quasi sembrare come le vere protagoniste delle vicende della prateria, a dimostrazione di come il ruolo dell’indiano salgariano sia distante dalla figura classica dell’autoctono selvaggio e rude. Le due guerriere del Ciclo del West sono coraggiose guerriere che guidano la ribellione dei pellerossa e che entrano nella leggenda del West: «Tu sei astuta come un serpente e coraggiosa e doppia e cattiva come tua madre, e molto può fare un essere che possegga tante qualità […] Tu sei una donna che fai paura […] sei più crudele delle femmine dei giaguari». Tornano, quindi, gli elementi storici della lotta tra uomini bianchi e indiani, pronti a difendere fino alla morte le loro terre: «Noi sapremo morire colle armi in pugno! Con orgogliosa fierezza. La nostra razza è destinata a scomparire e a mescolare la polvere delle sue ossa a quella dei bisonti. Vada distrutta tutta, ma prima di cadere noi faremo cadere molti dei larghi Coltelli dell’Ovest». Intenso ed esplicativo a riguardo, un passo de la Sovrana del campo d’Oro, in cui Annie, giovane donna delle praterie, si batte in duello con Le-es-ka, fanciulla indiana e temibile guerriera:

Sono pronta a misurarmi con te, che mi sia data la mia carabina e che si fissino le condizioni della lotta. Le fanciulle della frontiera non hanno paura.» Sapeva di avere dinanzi un’avversaria formidabile, che i più vecchi e famosi guerrieri Apaches ammiravano per la sua straordinaria audacia, che emulava le gesta di suo padre, combattendo alla testa delle sue bande. «Le donne dalla pelle bianca non tradiscono l’amicizia, Le-es-ka. Lasciami vedere, la tua ferita: io ti curerò. [16]

Attorno a questo enorme rispetto per il genere femminile, espresso soprattutto dalle grandi guerriere indiane, ruota tutta la storia narrata ne Il ciclo del West, dove prima Yalla, e poi sua figlia Minnehaha, vengono descritte in tutta la loro magnificenza: «Un’indiana ancora giovane, dai lineamenti un po’ duri, […] con due lunghissime trecce fino alla cintura […] come sua madre […] era tutta coperta da uno di quei magnifici mantelloni bianchi, filati con lana di montoni selvaggi di montagna e che richiedono non meno di due anni di lavoro». Ancora una volta la scrittura giornalistica si intreccia con la narrazione, e diventa funzionale nella descrizione della popolazione indiana. L’elemento del mantello, in particolare, è presente in tutti i romanzi salgariani di ambientazione western, a testimonianza del grande impatto visivo ed emotivo che ebbe il volume di Figuier:

Minnehaha si era sviluppata meravigliosamente […] alta, slanciata, coi capelli e gli occhi nerissimi, e la pelle solo leggermente bruna […] Portava sul capo un largo cerchio d’oro sorreggente tre penne di falco nero delle Montagne Rocciose e l’avvolgeva tutta uno di quei magnifici mantelloni di lana di montone selvatico, adorno di lunghe frange e con numerosi ricami che raffiguravano tanti uccelli neri. [17]

Note:

[1] Dalla seconda metà dell’Ottocento il tema dell’eroe senza macchia e senza paura e le infinite sfide tra nativi e coloni avrebbero costituito il polo di riferimento della narrativa del West, che, con l’avanzare della tecnologia e del progresso, non fu soltanto una realtà geografica da raccontare, ma una sorta di principio rigeneratore, un contenitore di eroi e uomini “puri” contrapposti all’uomo civilizzato e “molle” delle città dell’Est.

[2] Jon E. Lewis, Alla conquista delle grandi praterie. La frontiera che divenne leggenda, Casale Monferrato, Piemme, 1998, p.5.

[3] Frederick Jackson Turner, La frontiera nella storia americana, Bologna, Il Mulino, 1975, p. 7.[4] Ivi, pp. 162-163.

[4] Ivi, pp. 162-163.

[5] Si fa qui riferimento al pubblico italiano. In fondo, il processo messo in atto da Salgari, non si discosta di molto dalle produzioni letterarie ed editoriali del genere western che ebbero fortuna, anni dopo, nel nostro Paese: i fumetti. Va sottolineato come proprio i romanzi western di Emilio Salgari furono tra i primi ad essere trasposti in fumetti negli anni ’30.

[6] Jon E. Lewis, Alla conquista delle grandi praterie, cit., p. 433.

[7] Per una schematizzazione delle fasi dell’avventura di ogni eroe si veda Chris Vogler, Il viaggio dell’eroe, Roma, Dino Audino Editore, 1999. Alcune delle fasi più importanti, come il Richiamo all’avventura, Prove, Alleati e Nemici, Prova Centrale, Ricompensa, Via del Ritorno, sembrano essere rispettate anche nei racconti salgariani del West.

[8] Emilio Salgari, I minatori dell’Alaska, cit., pp. 16-17.

[9] Emilio Salgari, La sovrana del campo d’oro, cit., pp. 81-82.

[10] Giampiero Frasca, C’era una volta il western, cit., p. 9.

[11] Ivi, p. 206.

[12] Emilio Salgari, Sulle frontiere del Far West, cit., p. 137.

[13] Naturalista francese (1819-1894) autore di ricerche e opere di volgarizzazione scientifica. Salgari si avvalse del manuale citato anche per descrizioni di altri gruppi etnici. Altre fonti importanti, come ricorda Vittorio Sarti nella Premessa all’edizione Mondadori de Il Re della Prateria (Milano, 2004), furono Storia delle Piante e Vita e costumi degli Animali.

[14] Emilio Salgari, Le selve ardenti, cit., p. 27.

[15] Ivi, Sulle frontiere del Far West, cit., pp. 138-139.

[16] Emilio Salgari, La sovrana del campo d’oro, cit., pp. 260-262.

[17] Emilio Salgari, La scotennatrice, cit., p. 57.

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diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.