Scott Walker – Scott

Sempre logico col senno di poi. Oggi uno ascolta le ballate cupe e grandiose di Scott (1967) ed ha gioco facile a dire che, in fondo, era pure prevedibile che Walker finisse a crogiolarsi nel melò sottozero di Tilt (1995) o The drift (2006). Cinquant’anni fa, però, chi l’avrebbe mai detto? Chi avrebbe pronosticato per il teen-idol Noel Scott Engel una carriera nelle nicchie più oscure dell’avanguardia?

Eh già, “teen idol”. Walker, classe ’44, in studio di registrazione ci arriva giovanissimo. Negli anni ’50 incide una gran quantità di pezzi fedeli alla moda del momento, ma pochi vedono effettivamente la luce. Dopo la militanza in una serie di sperduti act dei 60s, la grande occasione arriva con i Walker Brothers, fondati assieme a John Maus e Gary Leeds. Pur essendo americani, i tre si trasferiscono in Inghilterra e riescono, incredibilmente, a vendersi come parte integrante della “British invasion”: le cover del primo periodo (da Bacharach a Dylan passando per Mayfield, Gershwin e Martha and the Vandellas) sbancano le classifiche. Scioltisi nel ‘67, i “Fratelli” si riformeranno a metà degli anni ’70: Nite flight, il colpo di coda del ’78, consegnerà – sorpresa – un notevole manifesto new-wave. Ma questa è un’altra storia.

Scott è il primo LP da solista di Walker, ma oltre il culto ha poco da raccontare. Ci sono tutti gli ingredienti caratteristici della sua prima fase: gli intrecci imponenti di fiati e archi, il baritono solenne, l’immaginario da chansonnier maledetto. Non a caso, tra le cover, il più saccheggiato qui è Jacques Brel, con Mathilde, My death ed Amsterdam (le ultime due rilette, in seguito, anche da Bowie). Oltre all’autore francese, i modelli sono Bennett e Sinatra, come dimostra When Johanna loved me, firmata da Robert Wells e Jack Segal ed interpretata, tra gli altri, proprio dai due crooner americani. Le inedite Montague terrace (In blue), Such a small love e Always coming back to you forniscono un esempio delle qualità autoriali di Walker. Fedeli al canovaccio, più di tutto, però, testimoniano come questo suo primo disco debba buona parte del proprio fascino al tono: Walker infonde una luce sinistra, quasi gotica, ai cliché della canzone anni ’50, modulando in modo assai attraente languore, fatalismo e angoscia esistenziale.

Quello di Scott è lo stesso, identico Walker di Tilt, The drift e, prima ancora, di Climate of hunter (1984): la differenza la fanno il “vestito”, certo, ma soprattutto un progetto poetico ancora in nuce. Ci penserà, più tardi, Scott 4 (1969) a definire precisamente l’estetica romantica del Walker degli inizi e a regalarci il suo primo lavoro di livello. Ma questo è tutto senno di poi…

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