L’incompletezza, l’approssimazione, il gusto del frammento: pochi hanno saputo trasformare quelli che comunemente si considerano difetti in pregi – di più, in marchi di fabbrica. Robert Pollard è in pista con i Guided by Voices dal 1987 (Devil between my toes), e da allora non si può certo dire si sia risparmiato. I 17 album con la band (cui si aggiungono i 18 per conto proprio), con una media di quindici canzoni a disco, spesso poco più che schegge intorno al minuto e mezzo, ne fanno uno dei più grandi spreconi “indie”. Il 2012, in particolare, ha segnato il picco della follia produttiva del songwriter: due LP solisti (Mouseman cloud e Jack sells the cow) e ben tre (contando questa) uscite con i Guided by Voices (Let’s go eat the factory e Class clown spots a UFO), riunitisi dopo otto anni ed evidentemente desiderosi di rifarsi del tempo perduto.
The bears for lunch (letteralmente “gli orsi per pranzo”) sintetizza bene lo spirito degll’ultima fase della band, in bilico tra tentazioni lo-fi e “professionalità”. In tal senso, il riferimento principale è sicuramente Under the bushes under the stars (1996), a cui anche i due predecessori guardavano: e non è un caso che la line-up che li ha incisi sia la stessa, quella “classica”, con, accanto a Pollard, Tobin Sprout, Mitch Mitchell e Kevin Fennell. Le 19 tracce oscillano, come sempre, tra indie-rock ruvidi (Finger gang), a tratti persino epici (King Arthur the red), e delicate nenie folk (You can fly anything right), il tutto imbevuto di psichedelia (The corners are glowing). Lo spettro degli amati R.E.M. aleggia su The challenge is much more, Up instead of running e Everywhere is miles from everywhere, ma Have a jug tira in ballo il Bowie di Hunky dory, The military school dance dismissal fa pensare ai Genesis e Waking up the stars ai Beatles, a dimostrazione di come l’amore di Pollard per la musica british non sia svanito negli anni. Completamente padroni dei propri mezzi (o, se preferite, abili a giocare con i cliché), i Guided by Voices riescono a rendere accattivante persino una sciocchezza come Skin to skin combat, un pop-rock in bassa fedeltà invero tutt’altro che dilettantesco.
The bears for lunch è insomma il tipico disco del quartetto, con le sue melodie sghembe e i testi ai limiti dell’assurdo, tra aeroplani, alcool e ragazzi con superpoteri. Manca la sintesi, la concentrazione, ma tant’è: fossero misurati, non sarebbero loro.
