Lo scorso 29 ottobre i Green Day hanno comunicato, oltre all’annullamento di alcune date del tour e al rinvio di altre (causa il rehab di Billy Joe Armstrong), anche la decisione di anticipare all’11 dicembre la release (in origine prevista per gennaio) di ¡Tré!, il capitolo conclusivo della serie di album inaugurata un paio di mesi fa con ¡Uno!. La decisione nasce dall’intento (nobile) di voler in qualche modo compensare i fan per il disagio arrecato, ma dopo l’ascolto di ¡Dos! difficilmente festeggeremo a champagne.
Come per il predecessore, l’intenzione qui era concentrarsi sulle canzoni, semplici, dirette, “garage” – stando agli annunci – come quelle dei Foxboro Hot Tubs (il progetto parallelo dei tre). Come per il predecessore, però, il risultato risente di una vena giovanilistica che suona un po’ patetica e smonta qualsiasi “ambizione” iniziale. L’originalità è pari a zero: Fuck time (preceduta dall’inutile lo-fi country di See you tonight) rimastica un riff rock’n’roll probabilmente già vecchio ai tempi di Chuck Berry. Gli stereotipi abbondano anche nell’hard-rock di Makeout party e nell’hardcore classico di Ashley. Le progressioni rhythm and blues di Stray heart, rubate agli Strokes di Last nite (e dunque a Supremes e compagnia bella) e le palesi citazioni dei White Stripes in Lady cobra, piuttosto che aggiungere un tocco di eclettismo, testimoniano di uno stato confusionale. Stato confusionale che diventa patologico in Amy (chitarra e voce come ai tempi di Good riddance, ma la dedica è alla Whinehouse) e oltremodo irritante nel rap-rock di Nightlife, due brani fuori fuoco (garbato eufemismo), prima che fuori contesto (altro garbato eufemismo).
¡Dos! non è un concept album, abbiamo detto, ma un filo conduttore tra le canzoni c’è, ed è lo stesso che legava tra loro i brani di ¡Uno!: la celebrazione dello stile di vita rock, con tutti i cliché del caso. Armstrong (quarant’anni lo scorso febbraio) sembra il personaggio di un film di Muccino, la sua è una crisi di mezz’età anticipata e questi dischi nient’altro che l’equivalente di una scappatella con una diciottenne: una fuga (illusoria) dalle responsabilità. Passata la sbornia (in tutti i sensi), e smaltiti mal di testa e sensi di colpa, chissà, magari avremo l’occasione di ascoltare qualcosa d’interessante. Ma prima c’è ¡Tre!…
