La fine del mondo non è la fine di tutto: è la fine di un mondo. Il nostro. Che è uno dei tanti, né più ne meno. È comunque una tragedia cosmica, un lutto infinito. A pensarci bene, un fatto banale: accade ogni giorno – la morte è un’infaticabile costante dell’universo. Farne esperienza è semplice, basta chiudere gli occhi: le cose consuete si trasformano in oscurità, ma l’udito ci conferma, anche col silenzio, che tutt’intorno il mondo ancora respira.
Per Donnie Darko la faccenda è un pelo più complessa di un battito di ciglia. C’è un reattore, il motore di un grosso aereo, che ad un tratto precipita dal cielo e gli distrugge la cameretta. Donnie però non era nel letto, la notte del fattaccio: un coniglio gigante l’aveva trascinato fuori, pronosticandogli la fine del mondo. L'”ora x” ce l’ha scritta sul braccio: 28 giorni, 6 ore, 42 minuti e 12 secondi. È confuso, Donnie, irrequieto. Ha dato fuoco ad una casa abbandonata qualche anno prima. Prende delle pillole – la diagnosi è schizofrenia -, ma a giudicare dai “grandi” che ha intorno, mica è chiaro se sia davvero lui il malato.
Tra un paradosso spazio-temporale e l’altro, Richard Kelly racconta una storia di solitudine e smarrimento adolescenziale, il percorso di un’anima in pena alla ricerca della verità in un mondo di bugie e follia preconfezionata, tra famiglie che cadono a pezzi, finti guru ed insegnanti ottusi. Il bozzetto satirico di un microcosmo (provinciale) in declino si mescola qui alle visionarie speculazioni lynchiane su destino, caso e circolarità del tempo. Donnie s’innamora di Gretchen, altra giovane anima perduta: la ragazza muore in uno sfortunato incidente, ma Donnie, complice un “wormhole” (un varco spazio-temporale), riesce a riportare tutto sui giusti binari, rimediando all'”errore” iniziale.
Kelly è abile a tratteggiare caratteri e situazioni, si mantiene ermetico quel tanto che basta a stimolare il culto intorno al film. Qua e là affiora la sensazione che il racconto sbandi un po’, ma nel complesso la sceneggiatura non perde mai completamente le redini. Qualche stereotipo e un certo gusto goticheggiante un po’ fumettistico depotenziano l’impatto complessivo della pellicola, gli impediscono di porsi completamente come opera “adulta”, ma va bene così: Donnie Darko alla fine fa centro e regala un bella variazione sul tema dei viaggi nel tempo, consegnando all’immaginario cinematografico un memorabile anti-eroe.
