Broken Social Scene – Feel good lost

Love and mathematics, «amore e matematica», recita il titolo della terza traccia di Feel good lost, e potrebbe essere una buona descrizione della musica dei Broken Social Scene. Sarebbe sbagliato, infatti, liquidare il debutto del collettivo canadese come lo sfogo estemporaneo e un po’ naïf di un grumo di pulsioni inconsce e di fantasie adolescenziali “da cameretta”. Non c’è solo sentimento qui, c’è anche ragione, razionalità compositiva, ma una ragione e una razionalità compositiva che non impediscono ai brani di darsi (impressionisticamente) in tutta la loro fragilità.

Le dodici composizioni, prevalentemente strumentali, si muovono in punta di piedi in uno spazio infinito, una terra di nessuno tra post-rock, ambient e psichedelia, con l’elettronica a smussare gli (eventuali) angoli elettrici. I pattern ritmici ipnotici creano l’impalcatura su cui si adagiano placide le melodie, appena abbozzate: ed è quasi sorprendente la naturalezza con cui gli archi in I slept with Bonhomme at the CBC si ritagliano il loro bell’angolino, o come il sax e la voce (di Leslie Feist) emergono, per poi sparire quasi in una dissolvenza cinematica, nella ventosa Passport radio. Quello della truppa capitanata da Kevin Drew e Brendan Canning è, alla radice, materiale “tradizionale”: al netto delle sue dilatazioni e del ralenty “subacqueo”, Blues for uncle gibb è pura “musica del diavolo” (con tanto di solo d’armonica), così come Stomach song è pregna di sentori folk e la già citata Passport radio intinta nel soul. Il punto, però, è che echi, droni e quant’altro camuffano bene i lineamenti di queste ballate, ammantandole di suggestioni ipnagogiche figlie di Durutti Column, Sigur Rós e Godspeed You! Black Emperor.

Ci si sente bene da “perduti” qui: i Broken Social Scene offrono forse l’“ultimo riparo” (Last place) dai clamori di una civiltà sempre più accelerata e nevrotica, un luogo (interiore) quasi arcaico, mitico (Mossbraker), in cui iterazione e ripetizione non sono sinonimo di meccanizzazione arida, ma figure di un movimento eterno, che connette intimamente tutto (Guilty cubicles). Feeling e struttura, dicevamo all’inizio, e nessuno dei due prevale, entrambi traggono linfa dall’altro, in un delizioso sincronismo d’opposti. Un’ottima prova, insomma, per quella che è, a tutti gli effetti, una delle realtà più intriganti della scena indipendente contemporanea.

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