Il confine tra sperimentazione e autoindulgenza è sottilissimo. Uno crede di star compiendo chissà che viaggio ai confini del suono e invece, senza rendersene conto, non sta facendo nient’altro che l’equivalente più complesso e logorroico delle pop song più pretenziose. C’è n’è tanta in giro di “avanguardia” così, troppa. Gli Oneida, per esempio. Non quelli di Each one teach one, ovviamente, ché quel disco a sentirlo oggi ancora infiamma; piuttosto gli Oneida più recenti, quelli della trilogia Preteen weaponry–Rated O–Absolute, nient’altro che raffinati sproloquiatori a cavallo tra drone, kraut, psych-rock e quant’altro. Il nuovo lavoro degli americani, A list of the burning mountains, s’inserisce nella stessa scia programmatica. Due lunghissime tracce (venti minuti a testa), ribattezzate semplicemente A list of the burning mountains 1 e 2, dovrebbero lasciarci intravedere chissà quali altri mondi “al di là”, e invece precipitano nel cliché dell’intrattenimento intellettualoide.
Gli Oneida qui sembrano davvero aver esaurito non tanto la benzina, quanto piuttosto la lucidità, la capacità di scartare l’inutile e concentrarsi sul necessario. Le jam di A list of the burning mountains di visionario hanno poco o nulla, suonano prevedibili, pur nella loro mancanza di un baricentro. Il noise qui è smussato, l’inquietudine dei synth da cartolina e gli slanci “free”, per colmo di paradosso, ingabbiati. Certo, la classe c’è, la competenza pure, e neppure le buone intenzioni sono da discutersi (il disco è un omaggio alla comunità artistica indipendente di Brooklyn), ma davvero tutto quello che oggi è possibile dire (o non dire) sul rock si riduce a qualche chitarra in feedback con contorno di elettronica fluttuante e percussioni psicotiche? Possibile che non ci sia altro? Certo che c’è: il punto è che agli Oneida non interessa. Come alcuni songwriter che, raggiunta una certa età, si rifugiano nella nostalgia ed impilano (auto)plagi su (auto)plagi, magari spacciandoli di volta in volta per zampate d’autore, così il quintetto americano sembra ormai invischiato nelle secche di un’ispirazione impigrita, desiderosa (e potenzialmente capace) di perpetrarsi identica a se stessa all’infinito, magari approfittando di qualche piccola variazione tematica di superficie.
A list of the burning mountains è, insomma, un disco di maniera. La maniera è quella degli Oneida: i fan, dunque, possono dormire sonni tranquilli. Tutti gli altri, probabilmente, passato il decimo minuto d’ascolto cominceranno tranquillamente a dedicarsi ad altro.
