Clinic – Free reign

Se mai vi foste chiesti perché Ade Blackburn e Jonathan Hartley, quasi quindici anni fa, abbiano scelto di battezzare la loro creatura musicale “Clinic”, be’, l’ascolto di Free reign potrà darvi una mano (ulteriore) a dipanare il mistero. Non è questione di concept, di intelaiatura narrativa comune tra le canzoni, ché quelle sono impegnate a sguazzare nella loro surreale e personalissima mitologia, as usual. No: piuttosto, qui si parla di un approccio, del modo cioè in cui il quartetto inglese riesce a trasmettere energia senza scoprirsi troppo, lavorando sottopelle, con drum machine e tastiere che più subdole non si può. Del resto, malgrado siano tra i paladini del “do-it-yourself”, rigorosi ed “intellettuali” i Clinic lo sono stati sempre, anche quando il post-punk lo facevano con le chitarre (Internal wrangler, 2000). In Free reign, Blackburn e soci mantengono la leggerezza melodica del predecessore, il “poppeggiante” e catchy Bubblegum (2010), calandola però in un contesto più aggressivo, che recupera l’arsenale della new-wave sintetica degli anni ’80 e le nevrosi industriali dei Suicide.

Ne vengono fuori nove ballate dalla superficie oscura, ipnotica, luccicanti di un brivido astratto, mix di estetismo calcolato e curiosità. Zitti zitti, i Clinic compiono un’operazione dai contorni metalinguistici, con la forma che si fa contenuto e viceversa, in uno scambio continuo di vuoti pneumatici e anacronismi (l’organetto psych “troppo” vintage di Misty). Del resto, chi chiamerebbe, oggi, una propria canzone Cosmic radiation, infarcendola per giunta di wah-wah liquidi e clarinetti misticheggianti, se non uno che volutamente si divertisse a rileggere i Can o Sun Ra? Free reign ci immerge continuamente nel passato, ma anche quando spinge sul pedale del “rock” (Seesaw, vicina a Patti Smith), punta in realtà a sceneggiare, inventare, annusare, piuttosto che a “vivere”. Meglio così: il reducismo di chi non c’era produce solo disastri. Seamless boogie woogie è il prototipo delle loro filastrocche, quasi infantili, un po’ annoiate, eppure minacciate da quelle abrasioni che You accoglie in grembo progressivamente, fino a veder saturato ogni centimetro cubo d’aria respirabile. Sun and the moon è invece il boogie vero, spettrale, sinistro e un po’ sciamanico (doorsiano?), con il clarinetto che segue la sua misteriosa scia nella notte: è una bella dissolvenza in nero, un modo perfetto per terminare un disco “alieno”, che, anche nei passaggi più accessibili, finisce con il non rivelarsi mai pienamente, avocando a sé la giusta dose di mistero.

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