I Bachi da Pietra sono animali strani, notturni. Si cibano di scorie: il blues, in primis, smembrato, dilatato, inacidito. Reso, insomma, “post” dalla consapevolezza che per vedere bisogna «perdere gli occhi» (Lunedì), ossia sbarazzarsi dei soliti, vecchi schemi. Non io è il secondo parto della sfingetica creatura di Bruno Dorella e Giovanni Succi e rispetto a Tornare nella terra (2005) sembra possedere connotazioni più (esplicitamente) “politiche”.
Quello del duo è un “viaggio al termine della notte” in un mondo insensato, in piena decomposizione. La casa di legno cui allude, sin dal titolo, l’opener, è tutta sbagliata, piena di «errori e squilibri» («il soffitto gronda pioggia, le assi non combaciano, le finestre non si chiudono, non si aprono, le pareti marciscono…»). Non resta che una «soluzione drastica»: distruggerla col fuoco, per aprire nuove strade, nuove possibilità. Un modo come un altro, insomma, per tentare di sfuggire agli «splatter TG con i sadogiornalisti» o al «parere ragionevole dei critici» (Lunedì), ai giorni vuoti pieni di vuoto (Ofelia), consumati con la testarda indifferenza di una Farfallazza che sbatte – meccanica dell’istinto – di lampione in lampione – un modo come un altro per cercare di scappare, dunque, da quel «sistema efficiente ed assente» che ci «muove la vita reclinabile in pelle» (Altri guasti).
La narrazione noir di Succi possiede, al solito, i tempi e l’incedere del montaggio cinematografico, la sua forza è il parlare per immagini, anche se astratte. La musica, invece, è scarna, essenziale: le chitarre slabbrate e una pulsazione minima ma insistente creano impalcature evanescenti, fumose, cariche di suggestioni. L’impressione è, per lo più, di una follia latente, contenuta a stento: l’arpeggio intessuto da Altri guasti ogni tanto cede alla frenesia, come se facesse fatica a stare nei binari. Dorella e Succi, dal canto loro, non fanno nulla per risultare gradevoli: la title-track è nient’altro che l’equivalente di un graffio sulla lavagna, mentre Farfallazza è turgida e “chiusa”, secca, impermeabile ad ogni scandaglio. Check life prova a macinare qualche accordo, quasi un riff, ma si perde nella nebbia. La tensione accumulata cerca la catarsi nella martellante Bastiano, ma è tutto inutile: anche l’inferno s’è gelato. E infatti subito il Baco ripiomba nell’abulia di un Giorno perso, ad inseguire i fantasmi di un’Ofelia ridotta alla sua sola ombra.
Se Tornare nella terra lasciava intravedere delle notevoli possibilità di sviluppo, Non io le concretizza, pur senza esaurirle del tutto. E lo fa in modo straordinariamente convincente, maturo, ricco, malgrado l’estetica del duo tenda al pauperismo, al risparmio avveduto dell’umile artigiano. Non io, insomma, è l’approdo naturale del Baco, la sua tana, l’antro oscuro da cui osservare la lenta disgregazione del mondo…
