Il secondo disco, si sa, è un affare piuttosto delicato. Soprattutto quando hai gli occhi di molti puntati addosso, perché magari il tuo primo lavoro era andato bene, era piaciuto, aveva convinto persino i puristi. Roba da andarci con i piedi di piombo, insomma, di quelle il cui pensiero un po’ di tranquillità te la porta via. Ma se anche Luis Vasquez negli ultimi mesi qualche notte insonne l’avesse trascorsa, certo non sarebbe da addebitarsi a cattiva coscienza “artistica”, quanto piuttosto ad una fisiologica ansia da prestazione. L’ascolto di Zeros, in uscita in questi giorni, ce lo conferma.
Ancora una volta, The Soft Moon affresca scenari grondanti depravazione e follia. Discepolo della dark-wave classica, quella di Joy Division, Bauhaus e Sisters of Mercy, e della nevrosi industriale di Suicide, Killing Joke e Ministry, Vasquez ha architettato altre dieci inappuntabili trappole sonore, un brulicare frenetico di synth ad alto tasso di acidità, chitarrine esangui e beat galoppanti, dalla notevole forza espressiva. Pur nella sostanziale affinità, qualche differenza con l’omonimo debutto c’è. L’impressione qui è di un’esercizio di follia controllata: non ingabbiata, ma educata. E dunque persino più subdola. Il punto è che mentre The soft moon era stato registrato in perfetta solitudine, le canzoni di Zeros nascono invece “on the road”, cioè nei giorni di pausa del tour, esperienza che ha “costretto” Vasquez ad interagire con una band vera. Quello che abbiamo tra le mani, dunque, è un lavoro più orchestrato (anche grazie alla complicità del produttore Monte Vallier), meno impulsivo e più “raffinato”, e forse per questo ancor più convincente del predecessore.
I droni maestosi e minacciosi di It ends, i suoi battiti iperacellerati che si spengono lentamente, in un respiro affannoso, sono piuttosto indicativi di un malessere che non concede via di scampo. La fuga è inutile: l’incubo ci abbranca, ci trascina giù, in profondità, in una specie di inferno agonizzante (Crush) e disumano (Machines), una “selva oscura” pulsante di non-vita (Remember the future). Zeros, insomma, è una galoppata disperata negli abissi di una notte straniera (i tribalismi di Want). L’ultima traccia, ƨbnƎ ƚI, rovescia letteralmente la prima: è il risveglio. Come mai, allora, stiamo ancora tremando?
