Paul Banks – Banks

Presosi una pausa ormai due anni or sono dagli impegni con gli Interpol, Paul Banks pare aver deciso di fermarsi un attimo e concentrarsi su se stesso. L’uscita di questo suo terzo lavoro solista, il primo a suo nome dopo i side-project siglati Julian Plenti (l’LP Julian Plenti is… skyscraper e l’EP Julian Plenti lives…), sembra esserne la conferma. Riepilogare l’importanza della band newyorkese nel panorama indie-rock attuale sarebbe oltremodo superfluo, ma per ragioni prettamente temporali risulta invece doveroso menzionare la parabola discendente che questa pare aver intrapreso dopo l’exploit dei primi due album, Turn on the bright lights (2002) e Antics (2004). Strada sulla quale la nuova prova del leader si colloca con la naturalezza di un tassello che completa un puzzle.

È sufficiente gettare un’occhiata all’artwork del disco per intuire istantaneamente su quali umori e verso quali atmosfere il musicista abbia cercato di puntare: il “dark”, l’oscurità, intesa però come grigiore metropolitano, malinconia interiore e decadenza emotiva. Esattamente gli stessi “ambienti” in cui gli Interpol del discreto Our love to admire (2007) e, soprattutto, del meno riuscito e omonimo lavoro del 2010 avevano provato a gettarsi a capofitto, finendo però con lo scivolare su schemi anche troppo definiti e ripetitivi.

La differenza tra Banks e i suddetti predecessori sta sostanzialmente nella strada scelta per arrivare nel medesimo luogo: messi da parte isolazionismo e stoffa da frontman, Paul si ritrova cantautore vagante (di nuovo) per una città plumbea, che è però dipinto interiore e non ambiente esterno. Su base teorica l’evoluzione è notevole, al punto tale da poter far pensare al disco come ad una sorta di collaudo per una nuova fase sonora, della quale gli ultimi Interpol sono sembrati avere un impellente bisogno. I nodi vengono però al pettine alla prova dell’ascolto: la radicale differenza di cui sopra resta infatti nascosta dietro gli stessi cliché che erano stati propri dei parti meno ispirati della band, riuscendo ad esprimersi esclusivamente sotto forma di un sound più scarno e di una produzione più votata al songwriting che al rock. Sono questi ultimi elementi a salvare il destino di canzoni nate bene e sviluppatesi senza originalità, su tutte l’oppressiva I’ll sue you, l’inquietante Arise, awake, la più intima The base e la nostalgica Young again. Il resto è buon mestiere vicinissimo ai trademark del passato (Over my shoulder, Paid for that), misto a curiosi flirt melodici che suonano come fragorosi passi di un elefante in una cristalleria (No mistakes, Lisbon).

Nel complesso, Banks è disco che vive ancora una volta di luce riflessa, nonostante il tentativo di cambiare rotta rispetto a quanto affrontato in precedenza. Il lodevole intento si infrange infatti contro un’evidente mancanza di coraggio, che finisce per far convergere le onde nere della metropoli-Interpol e le esplorazioni interiori del suo leader in un medesimo punto (apparentemente) di non ritorno.

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