Deacon Blue – The hipsters

Il 2012 rischia di essere ricordato, tra le altre cose, per il ritorno sulle scene di due umili artigiani del pop anni ’80, per giunta entrambi scozzesi, Paul Buchanan e Ricky Ross. Del primo, la ritrosia a pubblicare materiale nuovo è nota, quasi proverbiale, ma anche il secondo non scherza. Erano dodici anni, dai tempi cioè del deludente Homesick, che i Deacon Blue non licenziavano inediti. Nel frattempo, qualche sortita live ne aveva mantenuta viva la fiamma, ma, diciamoci la verità, per la band sembrava essersi spalancata la strada del culto silenzioso e rigorosamente rivolto al passato. Tuttavia, come insegnano (ahinoi) gli “immarcescibili” Rolling Stones, ogni anno di nuovo in tour, nella musica (come, del resto, nella vita) vale il detto “mai dire mai”: e così ecco Ross e i suoi affacciarsi di nuovo sulle scene, a distanza di venticinque primavere dal debutto.

The hipsters è il titolo della nuova fatica, ovviamente ironico: “cool” i Deacon Blue non lo sono stati probabilmente mai, neppure quando il loro pop contaminato da folk, jazz e soul bianco sbancava le classifiche. Per tornare al paragone con Buchanan e i suoi Blue Nile, Ross e compari sono sempre stati più inclini al compromesso col “new pop”, se non dal punto di vista “ideologico”, almeno del sound; a farne un fenomeno resistente ancora oggi all’usura del tempo (ascoltate Raintown e dite se non è invecchiato bene) è la sincerità della scrittura di Ross, la sua onesta devozione alla melodia, conditio sine qua non per farne un’arte colta e al tempo stesso fruibile.

Lo slancio genuino di sempre si ritrova nelle tracce di The hipsters: ecco perché, quando lo infili nel lettore CD e schiacci “play”, ti senti subito a casa. C’è un po’ di ruggine, non tutto viene bene e soprattutto non viene come ai vecchi tempi, ma tant’è: in Turn, It will end in tears, The outsiders, Laura from memory e nella title-track si respira un’aria familiare, non il cattivo odore dello stantio, ma il piacere di un riconoscimento, come trovare un vecchio amico al quale non pensavi più da tempo ma a cui hai sempre voluto bene. Gli ingredienti dei nuovi brani sono i soliti, la formula non è variata: il producer Paul Savage lucida un po’ la superficie (a volte anche troppo…), ma per il resto questa è vecchia scuola del pop. Sorpassata forse, però quando la senti la riconosci subito, e questo qualcosa dovrà pur dire. «Tutto ciò che è moderno viene, prima o poi, superato», diceva Oscar Wilde: ad occhio e croce, i Deacon Blue sono ampiamente lontani dal correre il rischio. Alla faccia degli hipster, quelli veri.

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