Il disco della maturità non necessariamente è quello più riuscito. Equilibrio nel mix di ingredienti, padronanza della scrittura, cura del sound: tutti elementi imprescindibili, certo, ma se il prezzo da pagare è il divertimento, il brivido dell’imprevedibilità, allora se ne può discutere, e parecchio pure. The haunted man è l’album più “bello” di Bat for Lashes, ma non il suo migliore. Gli manca, rispetto a Two suns (2009), un po’ di freschezza, di calore, è persino un tantino monotono, malgrado sia formalmente ineccepibile, strutturalmente solido.
Nel corso degli ultimi tre anni sono cambiate molte cose per Natasha Khan. Il successo l’ha portata ad accasarsi alla Parlophone: budget più consistente a disposizione, quindi più ore in studio, tanti musicisti e collaboratori di livello al proprio servizio (Beck, Adrian Utley dei Portishead, Rob Ellis), ma anche tanta pressione. Alla base del disco, c’era la necessità di strapparsi di dosso la maschera (l’alter ego “dark” Pearl, protagonista del concept di Two suns), di mettersi a nudo (letteralmente: vedi cover). Meno svolazzi misticheggianti, meno fronzoli: più concretezza, anche nei testi (di taglio autobiografico). Il fatto che tutto ciò avvenga sotto le insegne di un sound inequivocabilmente alla moda e “costruito” è un controsenso non da poco. Le undici tracce, infatti, più che ai beneamati Cocteau Twins, guardano a Lana Del Rey (Laura è stata scritta assieme a Justin Parker, coautore di Video games), Adele e Florence and the Machine, senza dimenticare la “vecchia scuola” (Kate Bush, Annie Lennox). Il risultato è, in alcuni casi (All your gold in primis), entusiasmante: in altri, però, si ha la sensazione che synth, tam tam marziali e orchestrazioni siano lì programmaticamente, quasi d’ufficio, a nascondere la mancanza di idee. Il fascino di Lillies, Winter fields, Marilyn e Rest your head, insomma, è più una questione di architetture e di atmosfere che non di reale sostanza.
Natasha ha dichiarato di voler diventare iconica, proprio come Patti Smith o PJ Harvey. Se iconica vuol dire “stereotipica”, allora la strada è quella giusta: il suo pop elettronico gelido ed ultra-professionale è in odor di classicismo. Se il riferimento, invece, è alla forza comunicativa, alla personalità, beh, c’è ancora molto da lavorare…
