Avevamo concluso la recensione del recentissimo Slaughterhouse (accreditato alla Ty Segall Band e pubblicato lo scorso giugno) chiedendoci se il giovane musicista californiano sarebbe riuscito a non far perdere la pazienza ai suoi fan. Questo suo ultimo parto, Twins, ci risponde che no, il pericolo è scampato. Ancora una volta. Ty non inventa nulla di nuovo, la sua scrittura straripa di citazioni e il sound, nel complesso, è palesemente anacronistico (gain a palla e sgranature lo-fi), però l’impasto di garage-rock, space-rock e “British invasion” che propone funziona, eccome. Sarà che la scrittura è sagace, sarà che lo senti che ci crede davvero, sarà che qualche accostamento cromatico rinverdisce la formula standard, fatto sta che Twins non stanca e regala una mezz’oretta piacevole.
Gli spunti, dicevamo, sono molteplici. Il riff circolare di The hill, ad esempio, possiede la ruvidezza di una You really got me dei Kinks, mentre Would you be my love incrocia Beatles (la linea vocale, lennoniana) e Nirvana (i bassi inquieti): il risultato piacerebbe ai Weezer. Variegati, si diceva, gli echi, i rimandi a figurazioni ormai caratteristiche, le quali, tuttavia, non posseggono qui la rigidità dello stereotipo: l’entusiasmo di Segall è contagioso e libera dalla polvere persino certi arsenali ritmico-armonici di Led Zeppelin (The told me too) e Cream (Who are you). La sensazione di déjà vu non è mai stata così piacevole. Ghosts tira in ballo i Black Sabbath, Handglams sembra persino chiamare in causa i primi Muse, ma in entrambi i casi è Segall a tenere il timone, svincolandosi da entrambi e puntando decisamente in direzione psichedelica. L’unico momento acustico (più in linea, in effetti, con il resto della sua produzione solista) è Gold on the shore, omaggio esplicito a Syd Barrett, il cui fantasma, a ben vedere, aleggia su tutta la raccolta (vedasi, ad esempio, il mantra elettrico di Inside your heart).
Un altro colpo messo a segno da Segall, dunque. Twins non rovescia il tavolo delle convenzioni, ma le piega ad una personale estetica del riciclo, che farà felici i nostalgici più incalliti senza per questo infastidire gli assetati di novità. È “solo” rock’n’roll, ma ci piace.
