Martha Wainwright – Come home to mama

La nascita di una figlia, la morte della madre. Gli ultimi tre anni non sono stati semplici per Martha Wainwright, ed era ovvio che tali esperienze, sconcertanti, ricche di sfumature emotive, si riflettessero nella sua musica. Come home to mama è il terzo disco di studio, quello – si dice – della prova del nove. Caso vuole che lo stereotipo dell’album della maturità sia qui perfettamente rispettato. Le dieci ballate stendono un ponte tra l’intimismo cantautorale dell’omonimo esordio (correva l’anno 2005) e la grinta pop di I know you’re married but I’ve got feelings too (2008). E lo fanno in modo brillante, sotto le insegne di un folk teatrale (il fratello Rufus insegna) e “mutante”, capace cioè di sporcarsi all’occorrenza con il soul e l’art-rock, ponendosi emotivamente in bilico tra forza, fragilità, sensualità e nevrosi.

Proserpina è il primo singolo estratto, e non poteva essere altrimenti: la penna che lo firma è quella di mamma Kate McGarrigle, giusto l’ultimo regalo prima che il cancro la portasse via – un lento valzer orchestrale, carico di pathos, epico e fiabesco al tempo stesso. Il disco, tuttavia, non si esaurisce in questo clima da Broadway. La mano della producer Yuka Honda (Cibo Matto) e i featuring di, tra gli altri, Nels Cline, Julian Lennon (suo è lo studio newyorkese in cui le tracce sono state registrate) e Jim White (Dirty Three) corroborano la scrittura lunatica della Wainwright, aiutandola a spaziare con coerenza dal pop anni ’70 di Can you believe it («I really like makeup sex / It’s the only kind I ever get») ai richiami eterei di All your clothes (memore di Elizabeth Fraser). Nel mezzo, varie gradazioni di tono: I wanna make an arrest, ad esempio, è ansiogena e davidbyrneiana, mentre Some people si distende in un lento da manuale. Inflessioni black compaiono tanto nella pungente ed irresistibile Radio star, quanto nella folkie Everything clothes (altro dialogo madre-figlia), accreditando la Wainwright come la più convincente interprete di quella tradizione di songwriter colte, sofisticate ma con anima che fa capo a Joni Mitchell e a Laura Nyro.

Sprazzi d’elettronica colorano qua e là, ma sempre discreti, anche nei momenti più eccentrici (Four black sheep e Leave behind, vicina forse a Kate Bush). Nel complesso, la cura degli arrangiamenti, del sound, non prescinde mai dall’attenzione alla melodia, così come l’istrionismo è ben inserito nel contesto espressivo/narrativo e dunque mai fine a se stesso. Rispetto a Rufus, impigliato nelle pastoie di un AOR zuccheroso, Martha sembra avere, ad oggi, una marcia in più. Questione di equilibrio. Finalmente (ri)trovato…


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