Tame Impala – Lonerism

E dunque, cos’è Lonerism, come suona? Anni ’60-’70? Certo, Kevin Parker l’ossessione per quel periodo ce l’ha, e pure dichiarata. Poi però ascolti bene le tracce di questo suo secondo lavoro a nome Tame Impala, ti ci immergi, e accanto agli echi hippie scovi tonellate di rimandi ai tardi Eighities più lisergici (i Flaming Lips) e, risalendo via via la corrente, ad act relativamente più recenti come gli Animal Collective, e recentissimi come gli MGMT. Vacillano le sicurezze in Lonerism. Ti travolge uno sciame di synth asprigni, campionamenti, riverberi spaziali, pattern ritmici ipnotici, e quasi non riesci ad afferrare il bandolo della matassa. Di fronte a Mind mischief ti fai catturare dal passo pigro, dalle linee di basso rotonde e ben pronunciate, e ci metti un po’ a capire che quel sogno sgranato è, in realtà, soul. Al cospetto di Be above it, pensi ad un ibrido tra Beatles e Liars, salvo rimangiarti subito tutto, convinto di aver avuto una specie di allucinazione.

Voleva fare un disco completamente fuori di testa, Parker, ma che fosse anche pop «come Britney Spears». Dalla scaletta finale di Lonerism sono stati tenuti fuori i brani più “leggeri”, ma il risultato è comunque simile ad una specie di colossale bolla di sapone, variopinta malgrado i testi riflettano spaesamento, solitudine, alienazione. Altra variazione rispetto ad Innerspeaker è l’elettronica, qui in dosi ancora più massicce. Le chitarre giocano un ruolo principe praticamente solo in Elephant, primo singolo a cavallo tra stoner, Sabbath e glam-rock; per il resto, fatto salvo qualche overdub, sono le tastiere a riluccicare ipnagogiche (la già citata Mind mischief). L’aria che tira è “progressiva” (Music to walk home by, la stessa Elephant), ma una certa lievità pop, appunto, è in agguato (Why won’t they talk with me), malgrado il tessuto armonico sia sempre lì lì per sciogliere la melodia in un bagno acido (Feels like we only go backwards) o la minacci ripetutamente con prospettive di cacofonie e dissolvenze (Nothing that has happened so far has been anything we could control).

Come un bimbo un po’ capriccioso e spaventato, Lonerism vaga smarrito. Il suo è il regno delle infinite possibilità (sonore); l’immaturità, però, lo penalizza, il suo voler essere a tutti i costi come gli altri. Da qui la sofferenza per l’isolamento, espressa tanto dalle liriche che dalla cover, e, sul piano complessivo, un minore impatto rispetto ad Innerspeaker, che sembrava già maturo. Col senno di poi, troppo maturo. Speriamo che Parker non scelga di perdersi nei suoi sogni, come Dominic Cobb in Inception, speriamo tenga la barra sempre a dritta: se ciò accadesse, i risultati potrebbero essere spettacolari.

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