Alan Parker – Angel Heart. Ascensore per l’inferno

Harry Angel, scalcinato detective di Brooklyn, un bel giorno viene contattato da un avvocato, tale Winesap, per conto di un misterioso cliente. L’appuntamento è ad Harlem, all’interno di una specie di teatro di posa: qui il detective viene condotto al cospetto del suo committente, Louis Cyphre. Aspetto un po’ eccentrico ma elegante, e modi affettati, il signor Cyphre assegna ad Angel un incarico: ritrovare Johnny Favorite, cantante particolarmente noto prima dello scoppio della guerra (siamo negli anni ’50). Favourite, dopo un grave incidente a seguito dello scoppio di una granata su un campo di battaglia, fu ricoverato in una clinica psichiatrica: le lesioni al viso e il trauma l’avevano fatto impazzire. Il punto è che dell’uomo non si hanno più tracce: qualcuno l’ha fatto fuggire e Cyphre desidera rintracciarlo per saldare un vecchio debito – una questione contrattuale, a sentire lui. Angel ha più che mai un’impressione sgradevole: avverte una specie di disagio che non riesce a spiegare, soprattutto quando Cyphre gli domanda, con un sorriso, se non si siano già visti da qualche parte. Nonostante tutto, si mette sulle tracce del cantante. L’incarico si rivelerà nient’affatto facile: le indagini lo porteranno a New Orleans, dove entrerà in contatto con la magia nera e, soprattutto, un cumulo di cadaveri.

Settimo lungometraggio di Alan Parker, che aveva già al suo attivo almeno due titoli notevoli come Fuga di mezzanotte (1977) e Birdy (1984), Angel heart – Ascensore per l’inferno (1987) mette in scena una sorta d’incubo centrifugo in cui noir e horror si mescolano, dando vita ad un ibrido forse un po’ prevedibile sotto il profilo drammaturgico, ma di sicuro impatto sul piano formale. Delitti atroci e misteriosi cerimoniali voodoo, consumati in una New Orleans mai così inquietante, costellano la storia, liberamente ispirata al romanzo Falling angel di William Hjortsberg, del 1978. In un crescendo grandguignolesco, torrido e visionario, Rourke approderà ad una verità sconvolgente: è lui l’uomo che sta cercando, scampato al demonio (Cyphre) dopo aver siglato il più classico dei patti, fama e successo in cambio dell’anima.

Cyphre insomma gioca con Angel come il gatto col topo e lo stesso fa il regista, disseminando qua e là indizi in grado di condurre lo spettatore più attento alla soluzione (gli stessi nomi dei personaggi, ad esempio). Nonostante, dunque, le scarse sorprese dell’intreccio, Angel heart fa centro, tratteggiando un labirinto senza alcuna vita d’uscita, parabola sul tema della maschera, del doppio, del male che alberga nel cuore dell’uomo. «Arrostirai per questo», dice un poliziotto ad Angel, reo confesso di numerosi delitti, sul finale del film, alludendo evidentemente alla sedia elettrica. «Lo so – gli risponde con sguardo disperato Harry -. All’inferno». Pochi secondi dopo, un’ascensore con dentro Rourke comincia la sua lunga, terribile discesa…

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