Massimo Gramellini

Chi ha sognato con Gramellini. Pensieri, parole e opinioni sul libro più venduto dell’anno

Quando qualche tempo fa mi hanno chiesto di scrivere qualcosa su Fai bei sogni di Massimo Gramellini, ho storto un po’ il naso. L’ho tenuto storto per parecchi giorni, e non perché non avessi niente da scrivere o perché il libro non mi fosse piaciuto, anzi. Il mio naso s’è storto automaticamente proprio per il motivo contrario; perché succede a volte che sei talmente affascinato, legato, coinvolto con qualcosa o con qualcuno al punto da faticare a parlarne, quasi per non rovinare una magia che stai immaginando, ma che nel silenzio diventa un po’ più reale. Poi, di colpo, una sera il mio naso è ritornato dritto: una sera come tante, al tavolino di un bar che conosco fin troppo bene, coccolato da un buon bicchiere di vino, accanto ad una persona che guardi negli occhi più o meno una volta al giorno, riuscendo a capire e sentire cosa pensa veramente. Quella sera come tante fai una semplice domanda: “Mi dici cosa pensi del libro di Gramellini?”, e di fronte a te si apre un mondo, si schiudono confini, si allargano gli argini. Ti trovi immerso in un mare di parole, pensieri, catapultato nella vita di chi ti sta di fronte, mentre nei suoi occhi vedi che questo libro ha toccato delle corde che a volte fanno, nel bene o nel male, perdere il controllo.

Proprio quella sera come tante, guardando come ogni giorno negli occhi quella persona, ho capito che se due che si vogliono un bene dell’anima possono parlarne per un tempo indefinito mentre i loro occhi si riflettono nel vino, questo è stato e continua ad essere “il libro di tutti”. Forse allora non dovevo essere io a parlare del libro di Gramellini, ma dovevo lasciare che gli altri ne parlassero, scoprire quali vite avesse portato a galla, quanti occhi facesse ancora luccicare, quali paure avesse fatto sparire o riaffiorare. Scoprire il semplice motivo per cui questa storia sia la più venduta dell’anno. Così ho passato giorni a fare una delle cose che mi riesce meglio: ascoltare la gente, ed entrare per un attimo nel loro mondo.

Fai bei sogni è il libro di tutti quelli che hanno ascoltato distrattamente la trama, distrattamente ne sono rimasti incuriositi, e svogliatamente non si aspettavano nulla di più di una sorta di giallo sulla morte di una madre. Di tutti quelli che hanno scoperto o riscoperto cos’è la sorpresa, di chi si lascia ancora sorprendere da qualcosa. Il libro di quelli che già dalle prime pagine si rendono conto dove li porterà una storia, ma anche di quelli che se ne accorgono solo una volta che la storia è finita, e ci ripensano dopo. Di chi legge tutto d’un fiato, a volte senza rispettare le punteggiature, e a volte torna indietro perché ha perso un passaggio. È di quelli che leggendo sono riusciti ad entrare pian piano nelle “viscere del protagonista”, di quelli che volevano risolvere a tutti costi il giallo della morte, ma a metà percorso si sono ritrovati immersi in un malessere, e hanno accompagnato Massimo nelle fasi della sua crescita.

Fai bei sogni è di chi conosce il significato dei vuoti affettivi, di chi li ha toccati con mano, di chi si sente a disagio anche solo ogni tanto e di chi non è proprio sempre consapevole, di se stesso e del mondo. Di chi, prima o dopo averlo letto, ha provato rabbia, però mescolata a tenerezza e commozione. Il libro di quelli che vivono da troppo tempo in un posto da cui vorrebbero scappare via, anche solo per ritrovare una sorta di sorriso, un riflesso in un bicchiere di vino. Di chi, proprio come Gramellini, in questo momento della vita si sente un po’ fermo, e sta accarezzando il significato della parola “ripartire”. È di chi ama la sincerità, le storie semplici, di chi ancora convive con un dolore e per quel dolore si sente solo. Di tutti quelli per cui il vuoto è un’enorme confusione, e mentre leggevano hanno chiamato l’autore, almeno una volta, “amico mio”.

Fai bei sogni è stato anche il libro di molti psicologi, che di questa storia hanno trovato la chiave analitica, la lettura un pizzico più profonda. Tra questi psicologi è stato anche il libro di una persona a me cara, psicologa appunto, che analiticamente mi ha aiutato a capire che in questo libro separazione e individualizzazione, elementi indispensabili all’esistenza, sono i veri protagonisti, e che il morire non risulta come atto unico e finale, come chiusura, ma come trasformazione verso il cambiamento. Al termine del percorso il protagonista converte il dramma in simbolo leggibile e utilizzabile per tradurre altri passaggi, altra evoluzione, altra crescita. L’elaborazione del lutto vissuta come abbandono, è necessaria in quanto esperienza liberatoria per oltrepassare, attraverso la scelta del vivere, la “fusione” contenuta nella relazione primaria rimasta sospesa. L’autore ha dovuto togliere alla madre il ruolo di dea: «non era la mamma che credevo». Per Massimo «la vita ha incominciato a risorgere» non quando si distacca emotivamente dalla morte della madre e dal proprio dolore per la tragedia e la conoscenza di essa, ma quando percepisce di essere vivo e protagonista al di là dell’appartenenza al pensiero materno rivolto a lui bambino: «Almeno mentre precipitava al suolo avrà pensato a me?», «ero io la sua vita». Esce dal guscio di questo legame simbiotico, cristallizzato per quarant’anni, impossibilitato ad evolvere e proiettarsi fuori di sé. Impantanato nella certezza di essere l’unico oggetto d’amore capace di dare vita alla vita dell’Altro.

Ma finalmente Belfagor si ritira e l’Ego si scopre non più unico centro del mondo: «non ha rifiutato te ma la vita». Lo scrittore, dopo aver attraversato sia il dolore legato al segreto (mantenuto inconsciamente perché riconosciuto come difesa), sia la separazione come necessaria esperienza di identità e unicità, usa l’autobiografia come cura di Sé e come estensione al mondo del proprio percorso terapeutico. Il lettore, con coraggio e serietà, anche se con apparente leggerezza formale, entra nei passaggi focali della narrazione: morire per rinascere, celare per difendere, svelare per conoscere, realizzare per crescere, incontrare la Storia per metabolizzarla e raccontarla, perdonare per ricordare, separarsi per vivere, vivere per amare l’Altro da Sé. «Sapevo da sempre com’era morta, ma avevo deciso da subito di non volerlo sapere. […] L’intuizione ci rivela di continuo chi siamo […]. Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere. Completamente vivi».

Questo è il libro di tutte le milioni di persone che l’hanno letto, comprato; di quelli che leggendolo e comprandolo hanno continuato a leggere e comprare libri, in un Paese che non legge più, che non spende più per leggere, che non vede più nelle librerie un luogo di cultura, e così si impoverisce e vive nell’ignoranza. È il libro di quelli che si sono sentiti autorizzati a partecipare emotivamente alla storia, che ora possono dire di conoscere da vicino l’autore. Di tutti quelli che dopo Fai bei sogni hanno letto L’ultima riga delle favole, e magari hanno detto: «meglio l’altro»; ma anche il libro di tutti quelli che, per paura, L’ultima riga delle favole non lo leggeranno mai. Questo è il libro di chi ama la storia della gente, o meglio ama conoscere il modo in cui la gente rappresenta a se stessa la propria storia, che diventa così una narrazione di pensieri ed emozioni più che di fatti e personaggi. È di tutti quelli che, come mia sorella, hanno visto la presentazione a Che tempo che fa, e nel giro di un’ora hanno chiamato almeno quattro librerie romane per rincorrere quella che sembrava essere l’ultima copia del romanzo. Di tutti quelli che lo hanno comprato o lo compreranno prima di un viaggio, così da divorarlo nelle ore in treno, in autobus, in aereo. Ma anche di tutti quelli che lo hanno divorato stando fermi, in città o sulla spiaggia, in un letto o al tavolo di un bar, magari cercando il proprio riflesso in un bicchiere di vino.

Poi è di tutti quelli che non ricordano affatto lo stile narrativo, ma le amabili pennellate con cui Gramellini descrive i suoi pensieri o lascia che a farlo sia la sua compagna. Pensieri che diventano universali più che del solo autore, perché toccano il tema della morte, del dolore, della crescita e delle negazioni che si sviluppano attorno al decesso della mamma. Che è poi la chiave di lettura per molti momenti della vita dell’autore e di molte sue relazioni, che ci vengono presentati e analizzati come solo chi ha lavorato alla loro rielaborazione sa fare. Quindi è anche il libro di quelli a cui è toccato smitizzare la figura di un genitore e magari rivalutare l’immagine dell’altro, di chi non smette mai di fare riflessioni e domande.

È la storia di chi è un po’ nostalgico, o ci si è riscoperto leggendolo. Per un tempo passato che non ritorna più, per un palloncino che vola in alto. Di chi ha notato il rapporto d’amore tra madre e figlio perché ne ha avuto uno simile o perché lo avrebbe tanto voluto avere. Ma anche di tutti quelli che sono in continua lotta con il proprio padre, con cui non riescono proprio a comunicare. E allora ci provano, ci provano, ci provano per anni e si arrabbiano…e affogano la rabbia e poi esplodono, e poi rinunciano, e magari piangono senza fare troppo rumore, ma dentro hanno un fuoco. Questo è il libro di chi lo ha comprato perché glielo hanno consigliato vivamente, o di chi sceglie in base a cosa c’è scritto in quarta di copertina, o di chi compra i libri in base al periodo che sta vivendo, e tra le pagine cerca le risposte alle domande a cui da solo non riesce a rispondere.

Il libro di tutti quelli che cercano la felicità continuamente, perché non l’hanno ancora trovata o perché rimbalzano da una parte all’altra delle loro anime, e magari vivono a momenti. È il libro di chi si sente inadeguato, di chi dice spesso “è impossibile”, ma si lascia affascinare da un piccolo splendido pensiero o da possibilità mai concretizzate. Il libro di chi si sente incompleto, di chi ancora non si conosce e di chi non ama perché non si sa amare, o di chi non ama perché si ama troppo. Il libro di chi ripone tutto nell’amore, di chi ci ripone troppo o troppo poco. Questo non è il libro di chi ha paura della morte, ma di quelli che hanno paura della vita. Quelli che scappano alla sola idea di diventare vecchi e chiedersi: «Qual è la mia vita? Ho dei rimpianti? Ho veramente vissuto come volevo?». Il libro di tutti quelli che sono arrivati alla fine e sono rimasti delusi, perché continuano ad essere infelici anche dopo questa storia, perché ogni storia ha una sua storia. È di quelli che seduti al tavolo di un bar si lasciano stare almeno per un’ora, hanno mondi infiniti dentro agli occhi e si riflettono nel vino.

Questo è stato ed è il libro di tutti. Di chi si alza nel cuore della notte con il naso un po’ più dritto con la voglia di scriverne, e di chi sente caldo mentre ne scrive, o mentre ne parla. Di tutti quelli che ancora combattono con qualche tipo di dolore, con qualche tipo di vuoto. Di chi si chiede, dopo averlo letto, per quale strano motivo a volte la vita si riduca ad un salto nel vuoto, a delle stanze di Pronto Soccorso e a dei numerini su uno schermo che segnano le funzioni vitali, che passano troppo velocemente da 120 a zero. È il libro di chi ama sognare, di chi, dopo averlo letto, ha detto almeno una volta a qualcuno di caro “Fai bei sogni”, prima di andare a dormire. Il libro di chi sa ascoltare, di chi non sa dire solamente “io, io, io e poi ancora io…”, di chi entra nella vita delle persone, a volte per rimanerci e a volte per dire addio, o arrivederci. Di chi ama farsi compagnia e stare accanto a qualcuno ma senza perdere la propria identità. Il libro di chi, seduto al tavolino di un bar, si lascia stare anche solo per un momento, tra il suo riflesso in un bicchiere e due occhi dentro cui vivono altre storie.

Donato Bevilacqua

diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.