Grizzly Bear – Shields

«I live to see your face / And I hate to see you go / But I know no other way / Than straight on out the door» canta Daniel Rossen in Sleeping ute, ed è un benvenuto che annuncia un’odissea tra sensazioni contrastanti, oscillanti fra due polarità ben distinte: la paura e il desiderio di star soli, di staccarsi dal mondo e proclamare la propria indipendenza da tutto e tutti. La dialettica tra gli opposti, di cui abitualmente la vita si nutre, percorre per intero Shields, tanto sul piano lirico che su quello musicale. Già, la musica. Al pari di pochi altri, i Grizzly Bear riescono a risolvere un complesso cubo di Rubik di citazioni e riferimenti senza incertezze. Rispetto a Veckatimest (2009), Shields è più pudico. Come esemplificato dal titolo, le dieci tracce della raccolta sembrano volersi schermire dallo sguardo degli ascoltatori, celando così la loro portata emotiva dietro la cerebralità, quella sì ostentata, degli intrecci strumentali. Il consueto mix di folk, rock, elettronica e psichedelia del combo di Brooklyn, New York, suona qui più concentrato, al punto tale che non è sbagliato associare il percorso di Ed Droste & co. a quello degli Animal Collective, con cui sussitono, per altro, innegabili affinità stilistiche. Per certi versi, Veckatimest sta a Merriweather post pavilion come Shields a Centipede Hz: ma mentre nel caso del “collettivo” di Baltimora, Maryland, la tensione al raccoglimento diventava una zavorra soffocante, per il “Grizzly” è una questione di densità che non toglie respiro, anzi lo fortifica.

La natura composita dell’arte del quartetto si estrinseca in partiture imperniate su rugginosi saliscendi (Sleeping ute, per l’appunto, che guarda a Jeff Buckley), progressioni armoniche incalzanti e vagamente retrò (A simple answer), uptempo stringenti corredati d’archi (Speak in rounds) e inflessioni jazzy (What’s wrong). Una miriade di sfumature percorre strofe e refrain, ascrivibili al post-rock (Sleeping ute) o al progressive (Sun in your eyes, elbowiana), ma senza dimenticare il pop (Gun-shy, con tracce di “French touch” à la Phoenix). Talvolta il tessuto si gonfia cacofonico (Yet again), altrove si rarefà (What’s wrong),ispessendo la polvere lo-fi (The hunt, marchiata Radiohead), ma l’insieme mantiene sempre un misterioso equilibrio. La coincidenza degli opposti, si diceva, che qui diventa cortocircuito brillante, quasi pirotecnico nel suo understatement, nella sua garbata inquietudine. «So long / I’m never coming back» recita la conclusiva Sun in your eyes. Le fratture dunque si ricompongono nel segno della trascendenza; a noi non resta che sperare che l’addio sia soltanto un arrivederci.

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