Green Day – ¡Uno!

Dici Green Day e pensi, inevitabilmente, punk-pop. E l’accento cade sul pop, ça va sans dire. Perché malgrado la passione degli ultimi anni per rock-opera e concept-album (American idiot, 21st century breakdown), Billy Joe Armstrong non è mai riuscito a farsi accreditare come “autore”, come musicista adulto, insomma. Per i più, lui e i suoi compari rimangono dei simpatici (?) Peter Pan con un’ambizione mal supportata da un talento stiracchiato. Niente a che vedere, insomma, con Hüsker Dü (è la loro Zen arcade la prima punk-opera della storia) o Who, che avevano ben altra capacità d’analisi e vena poetica.

In tal senso, le recenti traversie del frontman (il concerto annullato all’I-Day di Bologna, il rehab) sembrano, più che l’attestazione di un malessere effettivo (che pure indubbiamente c’è), il corollario un po’ cialtronesco di una parabola che, col senno di poi, ha raggiunto il suo picco con gli inni generazionali disimpegnati di Dookie. E, per favore, lasciamo da parte il discorso sulla “purezza”, su cosa sia davvero “punk” e cosa no, perché il problema non è quello, qui come altrove. Il mito dell’“integrità”, puntualmente riconosciuta a taluni e negata ad altri, è una balla arrogante dal sapore reazionario (fosse stato per i puristi, non avremmo avuto i Clash). No, il guaio dei Green Day non è l’aver tradito “la causa”, quanto piuttosto, e banalmente, la mancanza d’ispirazione. ¡Uno!, primo capitolo di quella che sembra voglia porsi come la trilogia “definitiva” della band (il completamento, con ¡Tré!,‎ è previsto ad inizio 2013), è uno scialbo esercizio power-pop’n’roll che può catturare solo qualche adolescente (rieccoci) alle prese con le prime cotte musicali e le prime incazzature. Il senso d’urgenza, evocato tanto dalle trame di basso-chitarra-batteria quanto dalle liriche («Scream, scream, screaming bloody murder / Like a nuclear bomb it won’t be long ‘til I detonate», da Nuclear family), è prevedibile, stereotipato, si disinnesca – per restare in tema – subito. Le progressioni, i riff, le parole che strutturano Carpe diem, Let yourself go, Kill the DJ (siamo lontanissimi dall’«hang the DJ» morrisseyano), Troublemaker, Sweet 16 e Oh love le conosciamo, le abbiamo sempre conosciute, fanno parte del bagaglio rock degli ultimi cinquant’anni, non hanno niente di nuovo da dirci.

Questo i Green Day ci offrono oggi: un intrattenimento sclerotizzato in un sorriso forzato, un po’ annoiato e un po’ malinconico. Nell’attesa che Armstrong risorga, meglio trastullarsi con Basket case

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