Bob Dylan – Tempest

A Dylan non possiamo proprio dirgli «bentornato», perché in effetti non se n’è andato mai. Certo, qualche passo falso l’ha fatto, ma nel complesso, a settantun’anni suonati, con cinquanta primavere esatte di musica alle spalle e trentacinque LP di studio, Mr. Zimmerman può rivendicare a pieno diritto una carriera praticamente perfetta, quasi esemplare. Anche le ultime mosse sono state azzeccate: i suoi anni Zero contano, tra le altre cose, Love and theft (2001), Modern times (2006) e Together through life (2009), che magari capolavori non sono, ma neanche robetta, e comunque nella discografia di qualcuno dei suoi figliocci farebbero un figurone. Il nuovo decennio ci porta questa Tempest rosso scarlatto: per la copertina, certo, ma anche per le storie che Bob ci racconta e la passione che ci mette.

La voce è quella roca e sgraziata di sempre, ma qui sembra più convinta, vibra di uno slancio che pensavamo perduto; così l’esecuzione, più a fuoco e precisa, da parte della solita band di vecchi marpioni (David Hidalgo, Donnie Herron, Tony Garnier, Stu Kimball, Charlie Sexton, George G. Receli), coordinati dall’alter-ego dylaniano Jack Frost, stabilmente in cabina di regia. In termini di scrittura, novità non ce ne sono, e ce ne sono molte. Nel senso che Bob fa quello che sa, quello che deve, ovvero giocare col blues di Chicago (Early roman kings), il western swing (Duquesne whistle), il country (Roll on John), il rock dei Seventies (Pay in blood) e gli anni ’50 (Soon after midnight), citando qua e là ma senza farsi risucchiare, come se quella roba l’avesse inventata lui. Dylan quest’impressione l’ha sempre data, e forse in parte è corretta, perché davvero la sua irruzione sulle scene musicali ha segnato uno spartiacque. Tempest dunque si muove entro confini ben noti, eppure riesce a darti quell’impressione di novità, di freschezza, che non viene da qualche trucchetto di produzione ma è propria di una scrittura che è rimasta istintiva, naturale.

Dicevamo delle novità: qualcuna ce n’è, per lo meno rispetto al recente passato. Ne sono esempi perfetti Tin angel e Tempest, le quali recuperano l’ampio formato delle ballad dei Sixties più visionari e, soprattutto, una vena narrativa che si sustanzia, per la prima, in una lugubre “murder ballad”, e per la seconda, nel racconto del naufragio del Titanic (e nella galleria di personaggi è compreso anche il Di Caprio protagonista del polpettone di James Cameron). Il clima apocalittico, costellato di squarci di corruzione ed amoralità, percorre tutto l’album. Violenza e morte macchiano di rosso anche la placida Roll on John, dedicata all’amico Lennon. Ma anche quando cammina per le vie di una Scarlet town, Dylan non rinuncia mai all’ironia: il suo crooning scorticato si fa beffe di qualsiasi cosa, inclusi se stesso e la morte. Del resto, non era lui che cantava «death is not the end»?

Ecco, se «la morte non è la fine», tantomeno lo è la vecchiaia: Dylan, oggi, è più vitale che mai, e mette una distanza abissale tra sé e gli inseguitori.

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