Il mito di Cyrano de Bergerac fra teatro, musica e cinema

«Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto/ v’infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio, perché con questa spada vi uccido quando voglio» cantava Francesco Guccini.

È la sera del 28 dicembre 1897 quando Cyano de Bergerac viene rappresentato al Théâtre de la Porte-Saint-Martin a Parigi. Edmond Rostand è un marsigliese neppure trentenne ma ha già all’attivo alcune opere teatrali fra cui spiccano La princesse lointaine e La Samaritaine, entrambe interpretate da “la divina” Sarah Bernhardt. Per il suo nuovo lavoro, lo scrittore si ispira a un personaggio carismatico, legato alla cultura politica e letteraria francese, una figura emblematica da trasporre a teatro: Savinien Cyrano De Bergerac, spadaccino provetto, idealista e letterato del Seicento, dal carattere stravagante e rissoso.

Ma chi è Savinien Cyrano de Bergerac?

Nasce agli inizi del Seicento a Parigi e non è guascone, come invece racconta la storia. Tuttavia fu lui stesso a coltivare in vita questo mito, dal momento che il carattere guascone era notoriamente irruente, caratteristica allora molto ammirata. L’inclinazione allo scontro lo spinse a entrare nella compagnia delle Guardie come cadetto e si può dire che il periodo nell’esercito fu particolarmente dinamico e avventuroso, costellato da duelli e dalla partecipazione all’assedio di Arras nel 1640. Lasciate le armi, si interessa alla letteratura, frequentando i salotti parigini dove conobbe letterati del calibro di Molière. Legge Galileo, Copernico, Gassendi, si dedica completamente agli studi dopo aver contratto il “mal francese” (comunemente, la sifilide) che lo indebolisce nel corpo ma non nello spirito: Cyrano usa le parole per scagliarsi contro i potenti del tempo, compone drammi, epistole ma, soprattutto, ricordiamo i suoi romanzi fantastici, fondamentali per il moderno filone fantascientifico (L’altro mondo o Gli Stati e gli imperi della luna e Gli stati e imperi del sole che parlano appunto di ipotetici viaggi sulla luna e il sole, narrati in modo poetico, fantasioso, estremamente suggestivo). Nelle sue opere trovano spazio idee di filosofia, scienza, religione: Cyrano è fortemente laico e questa caratteristica viene sottolineata anche da Guccini nei versi «venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un’altra vita/ se c’è come voi dite un dio nell’infinito, guardatevi nel cuore l’avete già tradito». Viene definito addirittura un alchimista da Eugène Léon Canseliet.

Altro aspetto centrale nella filosofia e poetica di de Bergerac è la «limitazione del potere», perché la «libertà del cittadino è inversamente proporzionale a quella del sovrano»: nello Stato concepito dallo scrittore, il monarca è responsabile del suo popolo che deve poter «pensare e vivere liberamente». In questo modo viene ipotizzato un modello di regime democratico a cui si accompagna la descrizione di «società invertite» (modello ripreso anni dopo da Jonathan Swift) in cui il potere tradizionale viene ridicolizzato.

Tornando al personaggio teatrale, Cyrano è una figura affascinante, non esteticamente parlando a causa di un «naso al piede che almeno di mezz’ora da sempre mi precede», ma da un punto di vista intellettuale e, soprattutto, dialettico. Pieno di vitalità, ama mettere in difficoltà i suoi avversari con arguti giochi di parole: il timido Cristiano non avrebbe mai potuto conquistare il cuore della bella Rossana senza l’aiuto del poeta Cyrano, nascosto nell’oscurità a suggerire versi d’amore per la dama. Ha l’animo del cadetto di Guascogna e «non la sopporta la gente che non sogna», non tollera ruffiani, arrivisti, chi prostituisce la propria arte per compiacere i gran signori mentre lui, Cyrano, non si piega e combatte la sua personale battaglia con toni di sfida e scherno. Gerdard Depardieu è protagonista di uno dei più bei monologhi della storia del cinema sull’indipendenza di spirito nel film del regista Jean–Paul Rappeneau:

«Andar sotto padrone? Cercarmi un protettore? E come oscura edera che all’albero tutore s’appoggia arrampicandosi e leccandogli la scorza, potrei salir da furbo e non invece a forza? No, grazie. Dedicare, in ogni scartafaccio, dei versi ai finanzieri? Buttarsi in un pagliaccio, sperando di vedere, sul labbro di un ministro lo sbalzo di un sorriso, un po’ men che sinistro? No, grazie. Banchettare ogni giorno da un pidocchio? Avere il ventre logoro dalle marce e il ginocchio più prestamente sporco, nel punto in cui si flette? Rendermi primatista, in dorso e piroette? No, grazie. Riconoscere talento ai dozzinali? Plasmarsi su ogni critica, che appare sui giornali? E vivere sognando “Oh, sento già il mio stile, percorrere le bozze del mercurio mensile”? No, grazie. Fare calcoli? Tremare? Arrovellarsi? Preferire una visita ad un paio di versi sparsi? Stendere delle suppliche? O farsi commendare? No, grazie. No, grazie. No, grazie. Ma cantare, sognare, ridere. Splendido. Da solo, in libertà. Avere l’occhio sicuro, la voce in chiarità, mettersi, se ti va, di sghimbescio il cappello, per un sì, per un no, fare un’ode o fare un duello. Fantasticare a caccia non di gloria o di fortuna su un certo viaggio a cui si pensa, sulla luna. Se poi viene il trionfo, ebbene, fatti suoi, ma mai, mai, diventare un come tu mi vuoi e se pur quercia, o tiglio, davvero, non si è, se vuoi proprio non alto, ma farcela da sé».

Cyrano rappresenta la rivolta contro il potere, il sostenitore dell’individualità umana, la lotta contro la mediocrità. Purtroppo la massa è costituita in gran parte da «portaborse, ruffiani e mezze calze», da coloro che hanno fatto «del qualunquismo un’arte», quasi una legge. Ma dal momento che Cyrano non sarà mai schiavo di dogmi e pregiudizi, è chiaro che il numero dei suoi nemici è destinato a crescere in maniera significativa.

Tuttavia egli non è solo irriverenza. È lui stesso a definirsi «un’ombra», in opposizione all’amata cugina Rossana («il sole»), o nel film di Rappeneau (le battute in rima del protagonista nella versione italiana sono opera di Oreste Lionello) «l’eco di un’aurora». Cyrano è solitudine, il suo aspetto fisico gli proibisce «il sogno di un amore», perché i canoni estetici sono imperanti ieri come oggi. Quando il peso della solitudine diventa troppo forte da sopportare, si chiude in casa e scrive e nella scrittura trova consolazione. Ma quale consolazione può esserci se l’oggetto del suo desiderio è attratto da un altro? E se l’altro è Cristiano, tanto bello quanto poco intelligente, l’amaro in bocca si fa più forte: quando a Cyrano viene detto «di orgoglio e d’ironia tu te ne fai un proclama, ma, almeno sottovoce, dimmelo, che non t’ama» la risposta è un triste «Taci». Però, il guascone decide di aiutare l’amante inetto e ciò che è importante e ammirevole nel suo personaggio è che non tenta di cambiare la sua indole nemmeno per farsi amare dalla cugina, che egli desidera più di ogni altra cosa al mondo («Ma tu lo so non ridi, dolcissima signora, e io non mi nascondo sotto la tua dimora. Perché oramai lo sento, non ho sofferto invano, se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo Cyrano».)

L’opera di Rostand è stata tradotta e adattata molte volte, non solo a teatro ma anche al cinema. Oltre alla versione muta del 1922, ricordiamo quella del 1950 di Michael Gordon, per la quale il protagonista José Ferrer vinse il premio Oscar e il Golden Globe. In musica, il compositore Franco Alfano compose l’opera lirica Cyrano de Bergerac, rappresentata per la prima volta negli anni Trenta del secolo scorso a Roma e successivamente riproposta nel 2005 a New York con Placido Domingo nei panni di Cyrano. Ricordiamo, infine, anche la commedia musicale Cyrano di Domenico Modugno e Riccardo Pazzaglia nel 1978.